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Pier Francesco Galli, “Psicoterapia, psicoanalisi e psichiatria nei primi anni 1960. Appunti per una storia” (1986)

Pier Francesco Galli

Psicoterapia, psicoanalisi e psichiatria nei primi anni 1960. Appunti per una storia

 

  Articolo apparso nella rubrica “Minute” della rivista Il piccolo Hans, 1986, 50 (aprile-giugno): 173-190 (Bari: Dedalo)  e su Psicoterapia e Scienze Umane, 2011, XLV, 1: 75-88  

 

Il problema della psicoanalisi viene da me inquadrato in queste note nell’ambito del discorso dello psicologico nell’assistenza psichiatrica. Pertanto la psicoanalisi viene collocata nel suo riferimento alle psicoterapie e alle loro vicissitudini in Italia e al modo come si è fatta cultura attorno a questi problemi. Il mio punto di vista è personale e interno alla disciplina. Sono stato attento a questi fenomeni e ho continuato ad osservarli fino ad oggi, momento particolare per il destino possibile delle psicoterapie dato che si sta delineando una definizione giuridica di questo settore. Oltre che testimone, sono stato anche sulla scena per una serie di attività concrete, specifiche, svolte durante il mio percorso in questa area di intervento. Non sono uno storico, e il materiale che presento non è organizzato con un metodo storico corretto. Si tratta del racconto parziale di una esperienza che prende in considerazione anche le modalità e gli strumenti con i quali, nel corso degli anni, analizzavamo come gruppo o come singoli gli accadimenti nel nostro settore per definire i tipi di interventi “psicosociali” che hanno caratterizzato l’azione mia e dei colleghi con i quali collaboravo in maniera formalizzata nel Gruppo Milanese per lo Sviluppo della Psicoterapia o nei vari raggruppamenti informali che in quegli anni si costituivano in funzione di interventi specifici.

Il mio resoconto sarà certamente rapsodico e aneddotico. Inoltre, sul piano emozionale non ritengo di avere la distanza storica sufficiente per analizzare in maniera ordinata i problemi. Anche se però, riguardo ad uno dei miei principali interessi scientifici, al problema cioè delle tecniche psicoterapeutiche e della teoria della tecnica, ritengo che la storia emozionale sia una valida modalità per comprendere quello che è realmente avvenuto, cosa impossibile se si tenta la ricostruzione storiografica lavorando soltanto sugli scritti di tecnica. Infatti, molte operazioni di revisione degli ultimissimi anni stanno mettendo in evidenza criteri di razionalità nella tecnica psicoanalitica evidenziando il legame stretto con i fattori emozionali. Inoltre, il riferimento personale implica comunque la descrizione di un itinerario intellettuale nel quale altri si possono riconoscere e rientra in quel tipo di sociologia che ora sul piano scientifico va sempre più formalizzandosi, cioè la ricostruzione di storie individuali per la comprensione di fenomeni sociali.

Un primo elemento personale è il luogo d’origine, Nocera Inferiore, cittadina dove la psichiatria era di casa, c’era un Ospedale Psichiatrico con oltre tremila posti letto, il malato mentale faceva parte del nostro quotidiano come è stato ad esempio in Emilia, ad Imola. L’incontro con il prof. Levi-Bianchini, psichiatra a Nocera, rappresentò il primo contatto con la psicoanalisi. Contemporaneamente, l’impatto con i problemi dell’ammodernamento nell’Italia del dopoguerra e le tematiche affrontate dalla rivista di Francesco Compagna Nord e Sud abituavano molti della mia generazione a una certa lucidità rispetto ai problemi della programmazione.

Il Piano Campano, una delle prime esperienze di programmazione negli anni 1950, dove lavorarono come segretari Gino Coccioli, nocerino, allievo di Manlio Rossi Doria, e successivamente Rocco Scotellaro, fu uno stimolo importante in questa direzione. Scotellaro (1954), poeta per i sociologi e sociologo per i poeti, è stato di fatto un antesignano dei metodi della sociologia moderna, come può dimostrare una lettura in questa chiave di Contadini del Sud. A sua volta Scotellaro aveva lavorato con Rocco Mazzarone, uno dei padri della medicina sociale in Italia. L’ansia di trasformare della nostra generazione, di intervenire sul sociale con modalità che tenessero conto della previsione e della programmazione in maniera non episodica, spontaneistica, si manifestava anche nella tendenza ad acquisire, accogliere influenze tangenziali, tec- nologie che provenivano da altri settori, sistemi di decifrazione quali la psicologia sociale, la sociologia, cui non eravamo abituati. Una delle prime ricerche sociologiche in funzione di un insediamento urbanistico, quella sui “sassi” di Matera, è stata condotta dal gruppo che faceva capo al prof. Manlio Rossi Doria, direttore dell’Istituto di Economia Agraria di Portici. Di questo gruppo facevano parte Gilberto Marselli, di formazione economico-sociologica, e Aldo Musacchia; inoltre, per un discorso più vicino al nostro tema, Lidia De Rita, una delle prime psicologhe sociali italiane, divenuta docente a Bari, che successivamente si è dedicata alla psicoanalisi. Di fatto sto presentando, rispetto ad un’area del Sud, quei primi incroci di cultura degli anni 1950 che si costituivano intorno al riconoscimento di possibilità tecnologiche cui non eravamo abituati in Italia. Personalmente, col bagaglio di queste stimolazioni, nel 1955 mi trasferii a Milano, dove si organizzava intorno all’Istituto di Psicologia dell’Università Cattolica un insegnamento della psicologia altrove quasi inesistente. In particolare la psicologia sociale, di cui si occupava Gustavo Iacono, attualmente in cattedra a Napoli3 e divenuto anch’egli psicoanalista, era per molti di noi uno strumento eccezionale. Ci permetteva di prevedere i comportamenti di gruppo, certi comportamenti sociali, di programmare gli interventi.

Questo incrocio è importante perché indica un itinerario metodologico al di là della mia storia personale: si possono evidenziare sia le intersezioni tra discipline, sia i primi sviluppi dei gruppi informali in Italia. Il problema della funzione dei gruppi informali fu da qualcuno di noi subito posto sul tappeto, nella relazione con le tecniche specifiche di intervento. Nel contatto con questi nuovi strumenti di lettura, decisi di applicarli al problema delle psicoterapie. Di esaminare cioè l’impatto con le psicoterapie, nel quadro dei processi di trasformazione della psichiatria in Italia, e quindi dell’assistenza psichiatrica. Dalla prospettiva psicologica, mi era chiaro che non si potesse fare il profeta disarmato e che un nucleo di tecnologia fosse un’arma specifica da adoperare nella lotta per la trasformazione. In sostanza – nel gruppo esterno all’università (da me lasciata nel 1960) e che prese il nome di Gruppo Milanese per lo Sviluppo della Psicoterapia (più tardi si chiamerà Psicoterapia e Scienze Umane) – ci era chiara la necessità di una preparazione tecnica solida, in funzione di impostare discorsi di rilevanza ideologico-politica soltanto in condizioni di inattaccabilità sul versante tecnico. Questa fu per noi una tecnica di lavoro programmata sulla base dell’uso di sistemi di decifrazione che ritenevamo importanti verso la fine degli anni 1950. Posso ora meglio inquadrare il nostro tema di oggi, prendendo in considerazione alcuni aspetti della psicoterapia negli anni 1950 come premessa allo sviluppo degli anni 1960. Può essere anche chiara l’articolazione politica del nostro metodo di lavoro nei confronti di un certo tipo di socialdemocrazia che si veniva affermando: si facevano allora discorsi di programmazione puramente dichiarativi e ideologici, senza provvedere alla formazione degli strumenti che avrebbero permesso la realizzazione della trasformazione. Questo caratterizzava il settore pubblico, mentre nel settore privato c’era la tendenza all’accelerazione della acquisizione di nuove tecnologie relazionali per ammodernarsi e servirsi dello Stato, mettere cioè lo Stato al proprio servizio. Questi fenomeni allora erano ancor più evidenti di adesso e ci sembrava politicamente rilevante la smentita tecnica nei confronti delle false tendenze riformistiche, accanto alla lotta sui princìpi. Il problema ha ancora una sua attualità: il discorso odierno sui manager nel Servizio Sanitario Nazionale è basato sull’ipotesi che in Italia esistano più di 600 manager già pronti, in grado di dirigere una Unità Sanitaria Locale. Questo non è vero, e il problema della dirigenza lo sta ancora scontando l’industria italiana, che è arrivata molto tardi al problema della formazione dei dirigenti. C’è carenza di capacità manageriali e si contano sulle dita i “capi” in grado di dirigere aziende diversificate quali sono le Unità Sanitarie Locali, le quali hanno caratteristiche verticali e orizzontali non rilevabili in nessuna azienda tradizionale. Si agita però il fantasma di una capacità dirigenziale, che nel privato non esiste in maniera tanto diffusa, contro gli “inefficienti politici” che paralizzerebbero la Sanità. Questi discorsi vanno attaccati sul terreno politico non soltanto riaffermando il ruolo politico nel settore sanitario, ma anche smentendo sul livello tecnico i criteri di fattibilità delle proposte che vengono continuamente avanzate per riprivatizzare l’organizzazione sanitaria. Ad esempio, cosa significa rivalutazione del ruolo del tecnico, quando la competenza specifica in un qualsiasi settore medico non ha nulla a che vedere con la competenza in termini di organizzazione del lavoro o di tecniche di direzione? Le scelte politiche boicottate e non attuate nel momento in cui il problema della Sanità è divenuto una scelta sociale vengono ribaltate contro coloro che questa scelta hanno sostenuto agitando l’inesistente figura del manager che finalmente risolverà i problemi della “azienda Sanità”.

Ritengo estremamente importante, anche oggi, affermare che la saldatura del discorso tecnico e di quello politico deve partire da un nucleo di conoscenza tecnica non smentibile. La psichiatria italiana, ad esempio, è stata fatta da neurologi. I pochi psichiatri veri degli anni 1950 erano ai margini. Di fatto, l’esistenza di una psichiatria scientifica accademica in Italia è stata inventata dagli attacchi che la psichiatria stessa ha ricevuto.

Infatti, nel momento in cui molti attacchi erano condotti in nome della smentita della scienza, anche se elaborati da posizioni valide sul piano teorico ed epistemologico, sono state legittimate a rappresentare la scienza psichiatrica persone che con essa poco avevano a che vedere. Per quanto riguarda la psicoanalisi e la psicoterapia negli anni 1950, dobbiamo considerare la tematica in un quadro internazionale. Nell’immediato dopoguerra in campo psichiatrico si ebbe la diffusione – l’invasione in un certo senso – della psicoanalisi. Era il discorso vincente nella psichiatria. Sia in Inghilterra che negli Stati Uniti si era creata una connessione tra psicoanalisti, che come psichiatri erano stati chiamati sotto le armi, e quadri psichiatrici di formazione più tradizionale. L’ipotesi di un nuovo modo di lavorare produsse entusiasmo per le innovazioni non tanto rispetto all’intervento tradizionale sulle nevrosi, quanto sulle possibilità di affrontare le psicosi. Tra i rappresentanti di questi discorsi lungo gli anni 1950 abbiamo Frieda Fromm-Reichmann, Silvano Arieti (italiano emigrato negli Stati Uniti per motivi razziali), l’indirizzo che faceva capo alla teoria interpersonale della psichiatria di Sullivan (il quale già nel 1924 aveva scritto un articolo sulle modifica- zioni della tecnica per il trattamento delle psicosi5). Le esperienze raccolte in questo campo erano frammentarie, col carattere eroico del pionierismo. Gli anni 1950 in Europa sono caratterizzati dallo scontro tra la tradizione psichiatrica descrittiva europea e la impostazione psicodinamica a provenienza prevalente dagli Stati Uniti. In Svizzera, Margherita Sechehaye (1950) pubblica il “caso Renée”, la giovane psicotica trattata con la tecnica della “realizzazione simbolica”6, in cui l’impianto psicoanalitico della tecnica ottiene un risultato rilevante su un’ammalata diagnosticata come gravissima schizofrenica (il Diario di una schizofrenica viene pubblicato in Italia nel 19557). Il famoso “caso Renée” aveva creato allarme tra gli psicopatologi tradizionali, i quali si attestarono sulla linea di difesa dell’orientamento psichiatrico descrittivo, che però non interessava gli psichiatri più giovani. L’entusiasmo del risultato psicoterapeutico, cui si sommavano i risultati della farmacologia che permettevano comunque certe forme di contenimento le quali favorivano e rendevano più applicabili le tecniche psicologiche, furono la base d’impianto della psicoterapia delle psicosi. I fautori della psicopatologia descrittiva, ad esempio con la relazione di Rümke al secondo Congresso Mondiale di Psichiatria che si tenne nel 1957 a Zurigo, esprimevano sostanzialmente la posizione che tutto quello che risulti riducibile a qualcosa d’altro non sia vera schizofrenia; Rümke parlò di “schizofrenia tipo Sechehaye” inserendola tre le pseudo-schizofrenie. Si cercava cioè di trovare un nucleo con cui legittimare una patologia che non fosse riducibile né al sociale né allo psicologico. In questo quadro va interposto l’odierno recupero della nosografia classica alla base della filosofia del DSM-III, lo strumento diagnostico attuale di importazione statunitense. Dagli Stati Uniti torna oggi quella psichiatria descrittiva che l’arrivo della psicodinamica, sempre dagli Stati Uniti, aveva messo in secondo piano. È interessante questo fenomeno circolare, svoltosi nell’arco di trent’anni.

Si può pessimisticamente prevedere che l’innesto della psicoanalisi in Italia stia per essere rinchiuso tra le parentesi della collusione di interessi corporativi con il rigurgito della rigidità istituzionale come sistema di controllo. Secondo me la psicoanalisi ha avuto in Italia un impatto sulla psichiatria che ciascuno può misurare. Cerco di fornire alcune coordinate per la misura. Uno degli aspetti centrali della psicoterapia psicoanalitica non consiste nel curare il paziente a livello individuale, adoperando quella pratica piuttosto che un’altra, ma è il problema della relazione interpersonale e del lavoro di équipe. La trasformazione operata negli psichiatri più sensibili dal lavoro in équipe con impianto psicoanalitico ha valorizzato un discorso fondante della psicologia di comunità, quello cioè della figura del professionista il quale non compie direttamente l’intervento sul paziente ma potenzia la tecnica d’intervento e il fattore “personalità terapeutica” degli altri membri dell’équipe. Ne consegue la erogazione del potenziale di una determinata équipe rispetto all’utente, tramite il membro che in quel momento ha con lui il migliore contatto. Il professionista della psicoterapia, in quel momento, funziona con la sua competenza come membro dell’équipe, mentre la relazione terapeutica viene condotta da chi, in quel momento, può sfruttare meglio il contatto, per cui l’erogazione complessiva di un servizio viene così potenziata. Il contributo della psicoanalisi in questa chiave può essere verificato da chiunque abbia esperienza di lavoro psichiatrico. Si può anche meglio comprendere la stupidità di base dell’attuale formulazione di legge nei confronti delle psicoterapie8, trattate in termini puramente specialistici. L’annullamento per legge della trasversalità della psicoterapia rappresenta l’assurdo. Il principale impatto sull’organizzazione del lavoro è dovuto al cambiamento della relazione tra operatori quando si comprende che non è funzionale al potenziale di erogazione la prestazione legata al ruolo individuale, ma che deve prevalere il ruolo funzionale complessivo dell’équipe. Questo è il discorso di base dell’impianto psichiatrico-sociale o psicologico-sociale. Il motivo per cui, a partire dagli Stati Uniti, si sta tentando di creare una compattezza intorno al DSM-III, presentato come strumento clinico pesante, è che esso serve di nuovo allo psichiatra per recuperare un ruolo che scompare nel momento in cui la prestazione psicologica può essere erogata anche da altri operatori. Lo spostamento nella direzione psicologica dell’asse della psichiatria aveva fatto sentire il medico psichiatra sempre più dequalificato rispetto agli altri medici, ai cosiddetti “medici veri”. Pertanto si è tentato di recuperare la cultura psichiatrico-descrittiva per aggregare la componente medica intorno alla diagnosi. In tal modo si ristabilisce il collegamento con la ricerca epidemiologica e con quella farmacologica, e soprattutto ne deriva la concretizzazione del recupero del ruolo medico. In questo aspetto si colloca il vero indicatore di pericolosità di questo strumento, e si può spiegare come mai uno strumento tecnico sia stato introdotto in Europa con una operazione di propaganda così massiccia, mai avvenuta precedentemente in campo psichiatrico: contemporanea presentazione della traduzione in quattro nazioni, convergenza dell’operazione sul Congresso Mondiale di Psichiatria svoltosi a Vienna, spinta a sfruttare al massimo lo stacco tra la propaganda e la quotidianità dell’esercizio psichiatrico, e cioè la rassicurazione ideologico-scientifica ai fini di gestire l’effetto alone, molto ampio nel nostro settore.

Nel n. 4/1975 è apparso su Psicoterapia e Scienze Umane un contributo non firmato che riportava un’analisi svolta nel 1973 sulla situazione della psicoanalisi. Si intitolava “Psicoanalisi e psicoanalisti”, e mostrava con chiarezza come il problema della psicoanalisi vada inquadrato nello stacco tra l’effetto alone, enorme, e la erogazione reale che è minima. All’interno di questa definizione di campo, si può facilmente individuare come una percentuale altissima dell’erogazione vada nel settore “formazione”, mentre la vera erogazione verso il malato è bassissima. La prestazione verso la grave patologia psichiatrica è operata dal personale intermedio, il quale però viene disconfermato come non preparato. L’esempio della legge attualmente in discussione mostra molto bene il fenomeno della disconferma di quel personale che di fatto cura con metodi psicoterapeutici. In pratica, è il destino della cultura informale che nei momenti in cui prevalgono le istanze di formalizzazione viene immediatamente appiattita. In questi momenti, anziché raccogliere il portato delle strutture informali che hanno introdotto lo psicologico in psichiatria, prevale il recupero del ruolo forma- lizzato e la copertura burocratica delle scelte non fatte nella direzione della formazione del personale. Ora si cerca di controllare i “selvaggi” mettendogli la polizia accanto. Abbiamo quindi una situazione in cui tramite ruoli non formalizzati è stata inventata cultura e operatività, in particolare nei servizi pubblici. Questo viene disconfermato, viene sovrapposto un ruolo burocratico, si separa con un nuovo specialismo, si perde di vista la trasversalità del discorso psicoterapeutico. Questo va bene agli psichiatri tradizionali e agli stessi medici, che avvertono benissimo come non venga loro sottratto qualcosa, ma come finalmente questo intruso, costituito dal dover tener conto dell’elemento psicologico, può essere delegato allo “specialista”. Si può così curare la parcella corporea che permette l’investimento tecnologico sulla alta specializzazione, occuparsi della correlazione tra farmaco ed epidemiologia, e cercare il “farmaco giusto”, con coscienza tranquilla. L’introduzione sul mercato dell’aloperidolo depot, che agisce per periodi lunghi, darà un nuovo scossone al rapporto medico-paziente. Il trionfo del controllo farmacologico relegherà tanti problemi a pura assistenza, espellendoli dall’area sanitaria. Questo spiega la posizione di importanti rappresentanti della psichiatria accademica italiana, favorevoli alla tesi che il problema delle psicoterapie riguardi soltanto gli psicologi e che si tratti solo di trovare il miglior sistema per metterli sotto controllo, magari formalizzando l’inconscio di Stato. Negli Stati Uniti viene ben vista la tendenza a spingere la psicoanalisi nell’area semantica, accogliendo certi sviluppi europei, in modo da farne una questione da “letterati”, recuperando per i medici la “Scienza”.

Verso la metà degli anni 1950 l’operatività psicologica in Italia, e quindi anche molte attività di tipo terapeutico, passavano attraverso la formazione degli Assistenti Sociali. Le scuole per Assistenti Sociali avevano un’organizzazione didattica che prevedeva una quantità notevole di conoscenze psicologiche. Il case-work, cioè il lavoro sul caso con tecniche psicologiche, e il group-work, cioè il lavoro di gruppo, erano cardini dell’insegnamento. Quando, nei primi tempi, arriva nei Servizi di Igiene Mentale e negli Ospedali Psichiatrici questa nuova figura professionale, che conosceva la psicologia e le tecniche di intervento di tipo psicologico che lo psichiatra non possedeva e spesso non conosceva nemmeno sul piano culturale, si configurò una situazione innovativa attorno alla quale si aggregarono i primi nuclei informali che fornivano prestazioni psicoterapeutiche a malati gravi. Se si vuole considerare chi ha fatto le psicoterapie in Italia, piuttosto che chi ne ha parlato e ne parla, bisogna tener d’occhio questo fenomeno. I cosiddetti “specialisti” si dedicavano prevalentemente alle supervisioni.

Nel nostro mestiere, al contrario di altri in cui chi è più specializzato affronta il caso più difficile, si verifica l’inverso: chi in teoria sarebbe il più bravo per maggiore anzianità, esperienza, livello di formazione, non ha contatto col “caso” se non tramite le supervisioni di coloro che conducono i trattamenti: questi sono in genere dei giovani relativamente “poco preparati”, che hanno l’entusiasmo sufficiente per affrontare situazioni gravi. Presso il Centro di Igiene Mentale di Milano, uno dei tre primi Centri di Igiene Mentale istituiti in Italia, nel 1959, dall’Amministrazione Provinciale, posso ricordare benissimo quali operatori trattassero psicoterapeuticamente gli psicotici. In qualità di psicologo, vi ho lavorato nel 1960, introducendo le tecniche di gruppo (mi ero formato a Basilea con Raymond Battegay nella Clinica psichiatrica universitaria Friedmatt), tanto nel lavoro d’équipe che in gruppi terapeutici. Non era il mio interesse prevalente e questa attività è stata portata avanti, con notevole successo, da Diego Napolitani, psichiatra con formazione psicoanalitica, all’epoca assistente. Questa è l’origine di una delle prime esperienze di tecniche di gruppo applicate in un’istituzione pubblica in Italia in ambito psichiatrico. Nel periodo in cui ho lavorato presso quel Centro, assieme a Napolitani ci si doveva confrontare con una conflittualità interna alla psicoanalisi stessa. Da un lato vi erano i fautori di linee di pensiero che consideravano che i trattamenti di psicotici, così come i trattamenti di bambini, non fossero da considerare psicoanalisi e fossero soltanto esempi di deviazione dalla tecnica (si è visto come la storia abbia smentito questa posizione e sarà prima o poi utile andare a vedere come pateticamente veniva sostenuta in quegli anni); dall’altro ci si avvicinava con timore, negli ambienti istituzionali della psicoanalisi, alla tematica del controtransfert, che per chi si occupava di psicosi era invece l’ovvio, il quotidiano. I nostri riferimenti non erano alla letteratura classica, ma a quella letteratura pubblicata da chi aveva veramente esperienza di questi trattamenti. La tematica del controtransfert era da tempo presente in Jung (suo il discorso dell’infezione psichica), e c’era il discorso complesso che emergeva dall’esperienza clinica dei sullivaniani e dall’orientamento kleiniano. Si tratta di un debito di riconoscenza che inizia a trasparire nella letteratura ufficiale più tardi. Da poco si comincia a sottolineare quanto siano stati importanti certi contributi rispetto alle forme allora (e ancora adesso) esistenti di psicoanalisi istituzionalizzata. Per quanto mi riguarda, avevo ricevuto la mia formazione in Svizzera dove un italiano, Gaetano Benedetti, aveva occupato a Basilea la cattedra di Igiene Mentale e Psicoterapia che era stata prima di Jung e poi di Heinrich Meng. Il gruppo di lavoro che si era aggregato intorno a lui era diventato un centro d’attrazione, a livello internazionale, di specialisti di psicoterapia delle psicosi. Questo nucleo ha avuto importanza per la sua successiva presenza in Italia. Benedetti a Zurigo aveva lavorato con Manfred Bleuler e, per quanto riguarda la psicoterapia, con Gustav Bally e Medard Boss. Bally aveva un orientamento più strettamente psicoanalitico; Boss, pur essendo membro della Società Psicoanalitica e avendo una formazione analitica, aveva sviluppato l’aspetto di intervento terapeutico della fenomenologia di Ludwig Binswanger ed aveva fondato la scuola terapeutica “dasein-analitica”. Questi influssi, accanto all’influsso notevole degli junghiani a Zurigo, caratterizzavano a Basilea un nucleo emergente europeo di specialisti di psicoterapia delle psicosi.

Era già chiaro che l’intento non era quello di curare tutti gli psicotici, ma di trarre insegnamento dai trattamenti prolungati per incidere su qualsiasi modalità di intervento in senso psicologico con qualsivoglia paziente psichiatrico. In quegli anni era stato pubblicato in Inghilterra il libro di Balint (1956) Medico, paziente e malattia, un’opera che metteva in luce la possibilità tecnica di potenziare la “personalità terapeutica” del medico. È interessante per il nostro discorso che a Balint e alla moglie fosse stato commissionato il problema dell’organizzazione della formazione psicologica per le scuole di Assistenti Sociali, e in questo quadro avevano messo a punto la loro tecnica. Con l’istituzione del Servizio Sanitario Nazionale in Inghilterra, ci si rese conto della quantità enorme di persone (le statistiche indicavano percentuali tra il 60% e il 70%) che chiedevano prestazioni a livello somatico, esami di laboratorio costosissimi, per problemi di ordine psicologico. Si chiese allora a Balint l’adattamento della tecnica messa a punto per gli Assistenti Sociali in funzione della formazione dei medici. Sulla base di questa pressione dello “psicologico” sull’organizzazione sanitaria, si concretizzò il discorso attorno al problema della psicologia in medicina. Mantenevo costantemente rapporti con l’Italia, e tramite Nino Andreatta venni in contatto con Michele Ranchetti, già segretario di Adriano Olivetti, pervenuto alla Feltrinelli. In un incontro con Giampiero Brega presentai un pacchetto di proposte, con la logica dell’intervento psicosociale, sviluppata secondo queste linee: a) in Italia c’è un problema di passaggio dall’arcaico al moderno; b) la struttura accademica italiana non è in grado di assorbire su tempi brevi questa trasformazione perché avrebbe avuto tempi di reazione lunghi e perché i quadri in carriera accademica non avrebbero potuto assorbire rapidamente il riciclaggio culturale, in quanto era prevalente l’orientamento di tipo neurologico; c) la logica accademica avrebbe comunque affrontato la psichiatria con quel tipo di quadri, per cui si presentava un’occasione abbastanza unica, quella cioè di fare insegnamento diretto, e non solo diffusione di cultura, tramite le case editrici. Il progetto comprendeva i primi trenta titoli (chi ha ricevuto allora il primo depliant della Feltrinelli può ricordarlo) usciti come “Biblioteca di Psichiatria e di Psicologia Clinica” 10. Venne deciso di annunziare il programma editoriale complessivo subito, per stabilizzare il marchio, mentre allora gli editori consideravano più utile tenerlo segreto. Venne reso esplicito il programma dei primi quattro anni di lavoro, che prevedeva l’uscita di dieci titoli all’anno. Chi conosce la collana ricorda anche l’impianto culturale espresso nelle due pagine pubblicate alla fine di ogni volume fino ad un paio d’anni orsono. La concezione psichiatrica del progetto venne accettata complessivamente da Giangiacomo Feltrinelli che si rese immediatamente conto del problema, posto nei termini seguenti: in Italia ci sono 800 iscritti alla Società Italiana di Psichiatria, gli psichiatri operanti sono poco più di mille con un’età media abbastanza avanzata; nel passaggio da arcaico a moderno saranno necessari un ricambio e una ristrutturazione che avrà bisogno di contenuti che l’Università non sarà in grado di dare per motivi strutturali derivanti dalla sua logica interna; l’operazione può far prevedere la stabilizzazione della vendita di circa tremila copie annue (cifra molto alta, allora, per opere di tipo scientifico: l’anno precedente Astrolabio era stato in difficoltà, nonostante fosse stato un pioniere per le opere di psicoanalisi e avesse beneficiato dell’enorme apporto culturale di Roberto [Bobi] Bazlen; Einaudi non aveva ancora pubblicato le Opere di Freud, di cui aveva già il contratto, successivamente passato a Boringhieri). Feltrinelli accettò l’operazione complessiva, non quindi il singolo libro di psichiatria, ma il pacchetto che comprendeva: testi classici, testi che presentavano il discorso della teoria interpersonale della psichiatria, che consideravamo più vicini alla clinica di quanto non fosse la letteratura psicoanalitica classica e che sembravano più leggibili dallo psichiatra, il quale vi avrebbe trovato descrizioni cliniche in termini più comprensibili delle categorie interpretative psicoanalitiche. C’erano quindi gli scritti di Harry Stack Sullivan, i Princìpi di Psicoterapia di Frieda Fromm-Reichmann (1950), accanto al Trattato di Psichiatria di Eugen Bleuer (1916). Con una certa cattiveria si cercava di anticipare alcuni temi, come per il volume sulle psicosi endogene di Karl Leonhard (1957), per evitare che, approfittando della ignoranza generalizzata, gli psichiatri accademici italiani si rifacessero una facciata copiando da questi classici. La collana ebbe un successo rapidissimo, immediato, e ci diede la misura della ricettività che c’era a livello del pubblico giovane, ma anche di psichiatri più anziani cui non era mai stato insegnato questo approccio. Nel 1964 iniziò la collaborazione anche con Boringhieri, con la collana attiva ancora oggi con il nome “Programma di Psicologia, Psichiatria, Psicoterapia”, che affiancava la pubblicazione presso questo editore delle Opere di Freud, di Jung e dei classici del campo psicoanalitico.

L’Amministrazione Provinciale di Milano, che aveva aperto il primo Centro di Igiene Mentale, contemporaneamente convenzionò con l’Università la prima Cattedra di Psichiatria che venne affidata al prof. Carlo Lorenzo Cazzullo, di formazione neurologica. A livello privato, con Berta Neumann, Mara Selvini Palazzoli ed Enzo Spaltro, decidemmo di affrontare il problema psicoterapeutico sui due versanti che questo comporta, cioè da un lato come problema di trasversalità della psicoterapia, a partire dal rapporto medico-paziente, dall’altro per la messa a punto degli strumenti per una psicoterapia delle psicosi. All’inizio (dal 1962) organizzammo alcuni corsi di aggiornamento che si svolgevano a Milano11. A quel punto si aggiunsero al gruppo originario, tra gli altri, Enzo Codignola, Emanuele Gualandri, Giambattista Muraro, Silvia Montefoschi, Severino Rusconi. Si prevedeva la resistenza del vecchio corpo accademico e cominciarono i primi scontri anche con certe componenti della psicoanalisi italiana, su questi problemi non molto ben rappresentata non per il livello delle persone, che era elevato e lo è tuttora per quelli che sono sopravvissuti, ma perché era una psicoanalisi spaventata, una psicoanalisi che cresceva nella paura non soltanto verso l’esterno, dove anzi era socialmente accettata, quanto per una paura di identità che derivava anche dalla carenza formativa nella quale i primi analisti italiani si erano sviluppati, essendo stati tagliati fuori per tanti anni dai circuiti culturali e professionali internazionali. Era più una paura di se stessi che degli altri. Questa paura si era manifestata in lotte interne feroci che avevano provocato addirittura il blocco della formazione. La paura impediva di capire quello che stava accadendo, per cui molti finivano con l’attestarsi su posizioni difensive. Ci sono voluti anni prima che venisse riconosciuta la legittimità di certe tecniche, di certe innovazioni, di certe modalità formative.

Il Convegno del Passo della Mendola, organizzato dall’Università Cattolica di Milano nel 196012, contribuì a sbloccare le resistenze di parte cattolica alla psicoanalisi. Nel 1956, a Milano, si era svolto il XI Congresso Nazionale degli Psicologi Italiani, nell’ambito del quale Franco Fornari tenne una relazione per la celebrazione del centenario della nascita di Freud. La relazione di Fornari non venne presentata alla Cattolica, sede ufficiale del Congresso, ma all’Università Statale. Fornari parlò della psicoanalisi delle psicosi, e temeva di non essere considerato ortodosso per quello che diceva: allora costituiva una sfida proporre i primi rudimenti dell’orientamento kleiniano, in questa psicoanalisi spaventata da se stessa che si stava organizzando in Italia.

Diversi colleghi nel frattempo erano andati all’estero per la loro formazione, acquisendo una cultura che poi rientrava e cominciava a trasmettersi a livello informale. Cominciammo ad organizzare questa cultura per costituire dei nuclei che incidessero sulla trasformazione del discorso psichiatrico. Si stabilì un collegamento con l’Ospedale Psichiatrico di Varese, dove iniziò il mio lavoro di supervisione psicoterapeutica nel 1962. A Roma, Gianfranco Tedeschi, Isidoro Tolentino, Luigi Frighi, Mario Moreno cominciarono ad attivare gruppi col metodo Balint nella clinica universitaria; Franco Giberti assieme a Romolo Rossi facevano lo stesso a Genova. Quando organizzammo il primo corso di aggiornamento, cui parteciparono come relatori Silvano Arieti e Gaetano Benedetti, la prima lettera di adesione che ricevemmo fu di Franco Basaglia, da poco diventato direttore a Gorizia. Insieme ad Antonio Slavich si era trovato a gestire, con efficacia poi dirompente, la tragica situazione di un ospedale psichiatrico. Basaglia era uno dei pochi psichiatri italiani conosciuti all’estero, come avevo potuto constatare quando ero a Basilea parlando con colleghi svizzeri e tedeschi della psichiatria italiana. Il gruppo di cui facevo parte organizzò nel 1966 a Milano una giornata di studio sul problema della formazione degli psichiatri, nel quale venne presentato un progetto di formazione tramite un ospedale di insegnamento (teaching hospital)13. L’Amministrazione Provinciale di Sondrio aveva sponsorizzato il progetto, che si riuscì a condurre a termine. In quel momento era importante porre al centro dell’insegnamento il luogo clinico concreto, e venivano indicati Gorizia e Varese come i primi luoghi nei quali si stava costruendo una psichiatria diversa. Gli Atti di una giornata di studio sulla psicoterapia in Italia, fatta nel 1965, e della giornata sulla formazione degli psichiatri del 1966 vennero da noi pubblicati nel 1967 con una breve prefazione indicativa della collocazione del problema in quel periodo (Gruppo Milanese per lo Sviluppo della Psicoterapia, 1965-66; vedi anche Nota 13).

A quel tempo, in ambito psicoanalitico si stavano risolvendo diversi conflitti. La Società Psicoanalitica Italiana (SPI) aveva potuto riprendere il cammino formativo sotto il controllo della International Psychoanalytic Association (IPA), tramite la Società Svizzera. Era venuta una commissione in Italia che aveva legittimato certe situazioni e aveva cercato di rappacificare l’ambiente, tenendo la SPI sotto tutela dal 1962 al 196714, fino al Congresso Internazionale di Amsterdam, dopo il quale poté ricevere di nuovo l’autonomia. In quegli anni si sono sciolte paure che oggi, in gran parte, possono essere considerate lontane.

Chiaramente non ho fatto una storia, ma ho cercato di fornire una linea di congiunzione ad una serie di eventi. Siamo arrivati agli anni in cui si prefigura quello che diventerà poi l’incrocio tra i movimenti del 1968 e il gruppo basagliano che poi diventa Psichiatria Democratica15. Nel dibattito politico di allora, non ci sembrava legittimo chiamare “prassi” quella che consideravamo una pratica sociale. A nostro parere si trattava di una pratica sociale e non di “prassi”, e non si poteva eludere la mediazione del discorso tecnico. D’altra parte erano gli anni di Rudy Dutchke della “lunga marcia attraverso le istituzioni”, spesso teorizzata senza tener conto delle mediazioni reali tra struttura e sovrastruttura. Il concetto di pubblico impiego divenne per qualche tempo sinonimo di “pubblico” da contrapporre a “privato”. Si sviluppò una notevole ostilità nei confronti della psicoanalisi, che da qualche anno è stata recuperata, con fenomeni di rimbalzo forse anche eccessivi.

 Riassunto. Pier Francesco Galli descrive alcuni sviluppi della psicoterapia, della psicoanalisi e della psichiatria in Italia nei primi anni 1960, in particolare riguardo al progetto culturale del Gruppo Milanese per lo Sviluppo della Psicoterapia da lui fondato (che nel 1978 prenderà il nome di Psicoterapia e Scienze Umane). Vengono discussi, tra gli altri, i seguenti temi: l’inserimento di nuove tecnologie e discipline (come la psicologia e la sociologia) nella cultura italiana del dopoguerra, il ruolo degli intellettuali, la formazione alle professioni di aiuto e la diffusione della psicoanalisi, il lavoro di équipe nei servizi psichiatrici, il ruolo delle case editrici, i corsi di aggiornamento organizzati a partire dal 1962, la cultura della psichiatria descrittiva importata nei primi anni 1980 dagli Stati Uniti col DSM-III, la aziendalizzazione della Sanità, e così via. [PAROLE CHIAVE: storia della psicoterapia in Italia, storia della psicoanalisi in Italia, storia della psichiatria in Italia, formazione psicoanalitica]

Abstract. HISTORICAL NOTES ON PSYCHOTHERAPY, PSYCHOANALYSIS AND PSYCHIATRY IN ITALY IN THE EARLY 1960S. Pier Francesco Galli, M.D., describes some developments of psychotherapy, psychoanalysis, and psychiatry in Italy in the 1960s, particularly concerning the cultural project of the “Milan Group for the Advancement of Psychotherapy” (since 1978 named Psicoterapia e Scienze Umane, from the title of the journal he founded in 1967). The following topics, among others, are discussed: the introduction of new technologies and disciplines (such as psychology and sociology) in Italy after World War Two, role of the intellectuals, training of mental health professionals and the diffusion of psychoanalysis, team-work, role of publishing houses, the continuing education courses organized since 1962 by this Group, the culture of descriptive psychiatry imported in the 1980s from the US with DSM-III, the transformation of Italian community psychiatry into institutions operated under the principles of a private company, and so on. [KEY WORDS: history of psychotherapy in Italy, history of psychoanalysis in Italy, history of psychiatry in Italy, psychoanalytic training]

Note

1 Per alcune note sul Gruppo Milanese per lo Sviluppo della Psicoterapia (che nel 1978 prenderà il nome di Psicoterapia e Scienze Umane) si rimanda alla pagina Internet http:// www.psicoterapiaescienzeumane.it/presentaz.htm dove vi sono cenni sulla storia del gruppo; si veda inoltre la rubrica “Tracce” dei numeri 4/2005 e 1/2009, e pp. 283-288 del n. 2/2010 di Psicoterapia e Scienze Umane. [N.d.R.]

2 Alcuni chiameranno questo metodo “egostoria”. [N.d.R.]

3 Gustavo Iacono (1925-1988) è deceduto due anni dopo la stesura di questo scritto (al suo nome è stato dedicato il Dipartimento di Scienze Relazionali “Gustavo Iacono” dell’Università Federico II di Napoli). [N.d.R.]

4 Vedi a questo proposito l’articolo “L’aziendalizzazione nei Dipartimenti di Salute Mentale” nella rubrica “Tracce” a pp. 87-94 del n. 1/2006 di Psicoterapia e Scienze Umane. [N.d.R.]

5 Vedi pp. 70-72 dell’articolo di Marco Conci & Lucio Pinkus (1989) “I primi pionieristici scritti di H.S. Sullivan sulla psicoterapia della schizofrenia”, nel n. 2/1989 di Psicoterapia e Scienze Umane. [N.d.R.]

6 Vedi anche Sechehaye, 1951, 1954, 1956. [N.d.R.]

7 L’omonimo film di Nelo Risi è del 1968. [N.d.R.]

8 Il riferimento qui è alla Legge 56/1989, che verrà promulgata tre anni dopo la stesura di questo scritto. Vedi a questo riguardo la rubrica “Tracce” del n. 2/2005, dal titolo “Piccoli mostri crescono: scuole di psicoterapia, ECM, illusioni di controllo” (Galli, 2005a). [N.d.R.]

9 Il riferimento è di nuovo alla Legge 56/1989; vedi Nota 8, qui sopra. [N.d.R.]

10 Si veda a questo riguardo l’articolo di Pier Francesco Galli “In viaggio con i libri: 1959- 2006” a pp. 719-736 del numero speciale 3/2006 per il quarantesimo anno di Psicoterapia e Scienze Umane, e inoltre il paragrafo “L’università dei libri” a pp. 229-240 del volume di Valeria P. Babini Liberi tutti. Manicomi e psichiatri in Italia: una storia del Novecento (Bologna: Il Mulino, 2009). [N.d.R.]

11 Furono organizzati nove “Corsi di aggiornamento su problemi di psicoterapia” (due all’anno di quattro giorni ciascuno, alcuni residenziali) e due giornate di studio (vedi Gruppo Milanese per lo Sviluppo della Psicoterapia, 1962, 1963, 1965-66). I corsi si interruppero perché nel 1967, da parte della International Federation of Psychotherapy (IFP), venne affidata al Gruppo, sotto la presidenza di Pier Francesco Galli, l’organizzazione dell’VIII Congresso Internazionale di Psicoterapia, che si svolse a Milano il 25-29 agosto 1970 e i cui Atti uscirono poi nella collana Feltrinelli col titolo Psicoterapia e Scienze Umane (Galli, 1970). Per approfondimenti, vedi la pagina Internet www.psicoterapiaescienzeumane.it/presentaz.htm. [N.d.R.]

12 Gli Atti del “Symposium sui rapporti fra psicologia e psichiatria” al Centro di Cultura “Maria Immacolata” dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, Passo della Mendola (TN), 11- 15 settembre 1960, sono stati pubblicati a cura di Leonardo Ancona (1960) col titolo Dinamismi mentali normali e patologici (Milano: Vita e Pensiero, 1962). [N.d.R.]

13 Questa giornata di studio su “La formazione degli psichiatri” avvenne l’11 dicembre 1966, con relazioni di: Gaetano Benedetti, Christian Müller, Johannes Cremerius (interventi di Renzo Canestrari, Gianfranco Garavaglia, Christian Müller, Diego Napolitani); Michael Balint (la cui relazione, con il dibattito, è ripubblicata a pp. 341-400 della rubrica “Tracce” del n. 3/2005 di Psicoterapia e Scienze Umane); Gruppo Milanese per lo Sviluppo della Psicoterapia (interventi di Pier Francesco Galli, Virginio Porta, Angelo Majorana, Leonardo Ancona, Giorgio Abraham, Montanari, Gianfranco Garavaglia, Giuseppe Mastrangelo, Franco Fornari, Mario Barucci, Diego Napolitani). Gli Atti sono stati pubblicati a cura del Gruppo Milanese per lo Sviluppo della Psicoterapia (1965-66, pp. 5-136), e la copertina e l’indice sono alla pagina Internet http://www.psicoterapiaescienzeumane.it/giornate1965-66.htm (il progetto del teaching hospital, che verrà attuato all’Ospedale Psichiatrico di Sondrio nel 1967, è a pp. 101-115, ed è stato ripubblicato a pp. 10-14 del n. 1/1967 di Psicoterapia e Scienze Umane). [N.d.R.]

14 I tre analisti incaricati dall’IPA di tenere la SPI sotto tutela erano Raymond de Saussure, Paul Parin e Fritz Morgenthaler, e i dettagli di quella esperienza furono poi raccontati da Parin (1984) in un articolo pubblicato sulla rivista tedesca Psyche (vedi anche p. 102 del n. 1/2009 di Psicoterapia e Scienze Umane). [N.d.R.]

15 Vedi a questo proposito, sempre nella rubrica “Tracce” di Psicoterapia e Scienze Umane, pp. 99-104 del n. 1/2005 (Galli, 2000) e pp. 511-519 del n. 4/2005 (Galli, 2005b). [N.d.R.]

 

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Pier Francesco Galli Psicoterapia, psicoanalisi e psichiatria nei primi anni 1960, versione PDF stampabile

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