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Pier Francesco Galli, “Psicoterapia e scienza” (1964)

Presentazione

Quando, a metà degli anni settanta, Pier Francesco Galli si trasferì da Milano a Bologna e con il gruppo di psicoanalisti che facevano capo a Psicoterapia e Scienze Umane iniziò in questa città le sue attività seminariali e gli incontri culturali, le più anziane tra noi stavano portando a termine i corsi di specializzazione in psichiatria e psicologia clinica nel locale Ateneo. La scuola di psichiatria, a quei tempi, forniva una preparazione di ampio respiro culturale: la psichiatria fenomenologica, le teorie psicodinamiche, la psicoanalisi rappresentavano i fondamenti sui quali si costruiva una nuova figura di operatore della salute mentale.

In quel periodo, che seguiva il “68, si stavano preparando delle profonde trasformazioni, un vero sconvolgimento istituzionale in ambito psichiatrico. L’area culturale e la metodologia di cura delle malattie mentali iniziava ad essere avvicinata e attraversata da altre discipline quali l’antropologia, la filosofia, la biopolitica, la sociologia, la psicologia e la psicoanalisi, che in precedenza erano collocate in luoghi culturali e di intervento ben separati. Si preparava, sotto la spinta del movimento basagliano, la riforma psichiatrica, attraverso la promulgazione, il 13 maggio 1978, della legge 180.

Già dal 1973 a Bologna si iniziò la lenta ma inesorabile deistituzionalizzazione dei malati dagli istituti manicomiali e la loro reintroduzione nel tessuto sociale. Alcune di noi  hanno partecipato con il loro lavoro a tale momento epocale di passaggio. Nel proficuo crogiuolo culturale  la  nuova generazione di psichiatri era preparata in modo meno formalizzato, meno “accademico”, più ampio: sia sul versante biologico organicistico che sul versante psicoanalitico. Essi condividevano con la psicoanalisi i riferimenti teorici psicodinamici ed erano aperti ad un uso della psicoterapia secondo modalità non stigmatizzate dalla pratica negli studi privati.

L’apporto di Psicoterapia e Scienze Umane, che già da tempo si occupava di psicosi e di un approccio psicologico-psicoanalitico alle patologie gravi, fu quello di stimolare maggiormente gli operatori del settore nei confronti della psicoanalisi quale metodo conoscitivo, fonte di un atteggiamento nuovo di fronte al malato, permeante ogni atto psichiatrico.

Pier Francesco Galli ha avuto come interesse principale il rapporto tra psichiatria e psicoanalisi, quest’ultima intesa non solo come una tecnica tra le altre ma come quell’atto e quel luogo della psichiatria dove questa riconosce il suo fondamento antropologico. Egli ha tentato una trasformazione delle istituzioni attraverso una operazione culturale, attraverso un approfondimento critico, teorico, metodologico dei concetti utilizzati dalla psicoanalisi; approfondimento in cui il rigore metodologico diventa il luogo di trasmissione culturale che rende inutili le logiche di appartenenza ad una”scuola” piuttosto che ad un altra.

Questo insegnamento, ricevuto per più di trent’anni, è stato la base della nostra formazione, ha dato forma al nostro sapere e al nostro operare. Insieme a Pier Francesco Galli abbiamo appreso un metodo di pensiero e di lavoro teso a mantenere aperte le domande, a sopportare il dubbio anche dove le applicazioni e le scelte tecniche potevano sembrare ovvie e scontate. Considerando questo metodo di primaria importanza per il nostro operare, essendo inoltre in un’epoca in cui la certezza e la semplificazione sono i valori primari, abbiamo ritenuto opportuno pubblicare alcuni suoi scritti particolarmente esemplificativi.

A questo primo ne seguiranno infatti altri.

Mariangela Pierantozzi

Ringraziamo Pier Francesco Galli per aver autorizzato la pubblicazione dei suoi articoli sul nostro sito.

Chi è Pier Francesco Galli

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Pier Francesco Galli

PSICOTERAPIA E SCIENZA *

Il problema della psicoterapia come scienza si presenta ancor oggi con caratteristiche particolari. È importante esaminarne l’evoluzione per coglierne gli aspetti essenziali e formularli in maniera moderna. Per raggiungere questo scopo sarebbe necessaria una esposizione dettagliata dello sviluppo del pensiero scientifico nel corso degli ultimi decenni, in rapporto al pensiero psicoterapico. Mi limiterò a tracciare il problema a grandi linee, sottolineando alcuni passaggi fondamentali a dimostrazione della tesi di fondo che la psicoterapia, come corpo dottrinale unitario, comincia solo ora ad uscire dalla fase prescientifica e che lo studio di questo problema è innanzitutto da impostare in termini di sociologia della scienza. Questo coincide con la crisi attuale della metodologia scientifica, in parte determinata dalla riflessione psicologica, per cui il problema fondamentale è quello di inserirsi in maniera adeguata nelle moderne correnti di pensiero, recuperando certe posizioni di svantaggio senza dover passare attraverso la trafila di posizioni superate.

La dimostrazione di queste tesi si articola su tre punti:

1) l’analisi dell’evoluzione del pensiero scientifico;

2) la presentazione di un modello generale di approccio al problema, coerente con le concezioni scientifiche attuali;

3) l’analisi dello sviluppo del pensiero psicoterapico.

L’evoluzione della scienza durante gli ultimi cinquant’anni è stata caratterizzata da una serie di crisi metodologiche che hanno appena sfiorato gli studi psicoterapici. L’entusiasmo ottocentesco per il progresso scientifico e per le possibilità offerte dalla tecnica e dal metodo sperimentale, trova la sua piena espressione nella conquista borghese del potere e si esprime nell’ideale dell’uomo razionale che possiede gli strumenti per la ricerca della verità. Il positivismo è l’espressione filosofica di questo periodo. Bisogna tenere presente che gli studi medici avevano ottenuto enormi successi in questa atmosfera d’entusiasmo: possiamo quindi comprendere storicamente espressioni come “necessità di neurologizzare la psichiatria”.

Esaminiamo questa posizione nell’opera di Freud per inquadrarla storicamente. Sono evidenti: la derivazione dalla fisica dell’epoca nell’uso di modelli analogici per l’esposizione della sua teoria; la derivazione del metodo delle associazioni libere dalla psicologia sperimentale; il desiderio, più volte espresso, di dimostrare le sue ipotesi, costruite su dati raccolti col metodo clinico, in termini neurofisiologici. Consideriamo che solo trent’anni prima Wundt era riuscito a distaccare la psicologia dalla filosofia, impostando le prime ricerche psicofisiologiche. Possiamo comprendere perfettamente lo sforzo di Freud: a quell’epoca la fede nelle scienze esatte era incrollabile, per cui era logico che queste divenissero il parametro per dare validità alle scoperte psicologiche.

La crisi del positivismo, iniziata già verso la fine dell’Ottocento, porterà sul piano metodologico alla fenomenologia ed al neopositivismo. La medicina, appoggiandosi sui successi ottenuti, non viene raggiunta da questa crisi, per cui ancor oggi negli ambienti medici si concentrano molti sforzi nel tentativo di provare neurofisiologicamente i modelli psicoanalitici. Quando si parla di psicoterapia, si può constatare facilmente con quale frequenza vengano poste delle domande determinate da questa posizione. Ciò è l’espressione dell’eredità positivistica che la medicina porta con sé. Sul piano della ricerca, ogni scienza è valida in rapporto ai modelli che adopera ed alla loro portata operativa. Questo fatto non è ancora accettato in medicina ed in psicoterapia, per cui si tenta ancora la via della validazione analogica. In medicina, possiamo vedere chiaramente la scissione esistente tra l’impiego del metodo clinico, imposto dalla pratica, e la ricerca sperimentale. In psicoterapia questa scissione è ancor più evidente: essendo ogni atto terapeutico essenzialmente un atto clinico, il Super-Io “scientifico” ne esce sempre più fortificato. La dimostrazione neurofisiologica resta la speranza segreta dello psicoterapeuta perché possa sentirsi uomo di scienza. Questo fenomeno appartiene alla sociologia della cultura e non certo alla cultura, essendo anzi espressione specifica di non-cultura. Una spiegazione della sua presenza attuale è nel fatto che negli studi medici non vi è alcun insegnamento di metodologia generale della ricerca scientifica e di filosofia della scienza. Ciò produce il positivismo, più o meno mascherato, come valore dominante della cultura medica. Poco importa che alcune branche delle scienze mediche, come la biochimica e la biologia, abbiano seguito l’evoluzione dei tempi. Dal punto di vista della mia esposizione, contano soltanto i valori dominanti d’una cultura e la loro influenza specifica.

 

Come già accennato in precedenza, dalla crisi del positivismo nascono le fenomenologie, e, dopo la fase idealistica, il neopositivismo. La fenomenologia entra in psichiatria per una esigenza metodologica. In psicoterapia, anziché essere adoperata come strumento di comprensione, conformemente alle sue origini, spesso la troviamo nella posizione di alternativa tecnica. Assistiamo allora ad uno sforzo patetico di differenziazione dalla psicanalisi. Si poteva giustificare il rifiuto d’accettare la filosofia di base psicanalitica, opponendole una alternativa filosofica, ma il vizio di fondo appare chiaramente quando si insiste nei tentativi di differenziazione formale sul piano della tecnica terapeutica. Vedremo in seguito cosa ciò significhi rispetto alla teoria generale della psicoterapia.

Il neopositivismo compare verso gli anni trenta, all’insegna del rifiuto della metafisica. Assumono enorme importanza i metodi statistici ed il periodo di aritmetizzazione della scienza fa i suoi primi passi. In psicologia si sviluppano le correnti comportamentistiche, di cui Skinner è il difensore più rigoroso. La condanna della psicanalisi come scienza è definitiva. Il clinico, accettato nella pratica, è rifiutato come uomo di scienza. Comincia il mito dell’oggettività. Ancora una volta gli psicoterapeuti, toccati nel Super-Io scientifico, reagiscono con un atto di omaggio alla statistica tentando di raccogliere delle dimostrazioni matematiche per le loro ipotesi. Si ha qualche timida ribellione agli attacchi di Eysenck e qualche tentativo di risposta statistica basato sui soliti venti o trenta casi. Ma il letto di Procuste della matematica non si adatta alla psicoterapia. Il metodo clinico è considerato non scientifico e si confonde l’omaggio alla Scienza con l’omaggio ai metodi di cui essa si serve in una determinata fase della sua evoluzione. Su questo punto, ciascuno può notare come alla domanda di rigore posta agli psicoterapeuti: “Quali risultati statistici avete?” la risposta è sempre la seguente: “Non ne abbiamo ancora, ma speriamo di averne in futuro.” Sempre il vecchio Super-Io positivista.

L’assenza di coscienza metodologica ci spiega questo fatto e lo colloca tra i fenomeni da studiare per il sociologo della scienza. Si comprende Stern, quando dice che è stato necessario l’uso della macchina fotografica da parte di Spitz per far accettare quanto Freud aveva potuto inferire cinquant’anni prima.

L’ultima evoluzione delle correnti neopositiviste, soprattutto nel pensiero di Ellis, Feigl, Hempel, conduce al realismo empirico. Questa posizione accoglie i metodi non attuariali come parte integrante della ricerca scientifica. In essa, sviluppatasi negli ultimi quindici anni ad opera del gruppo del Minnesota Institute for Philosophy of Science, le Scienze Umane trovano posto, e con essa la Psicoterapia, senza il ruolo di sorelle minori della scientificità. Vediamo a questo punto quale è la giustificazione epistemologica del metodo clinico su cui è basata l’azione psicoterapica. Anche se questa nuova posizione nasce dalla crisi dell’empirismo moderno e sembra rappresentare un ritorno alle origini, il suo valore consiste nell’aver avvicinato i cultori della “Scienza Pura” ad una valutazione più giusta delle ipotesi di base e del metodo delle Scienze Umane. Questa nuova posizione è il punto di incontro di due mondi, liberi da scorie metafisiche e da eccessi razionalistici.

L’applicazione rigorosa dei procedimenti scientifici dell’empirismo logico aveva condotto la metodologia generale della ricerca scientifica ad una “impasse” difficile da superare. Il bisogno di eliminare gli elementi soggettivi dalla ricerca e il mito dell’oggettività avevano prodotto una sconcertante sterilità, paragonata ai progressi fatti dalla Scienza ed al susseguirsi delle scoperte scientifiche. Nasce una nuova comprensione storica della scienza, in rapporto alla considerazione che le maggiori scoperte, benché fondate sulla massa di dati raccolti e d’ipotesi fatte col metodo più rigoroso, sono state fatte per l’introduzione di un fattore imponderabile che chiamerò qui, per comodità, intuizione, riservandomi di definirlo in seguito operativamente. La storia delle scoperte scientifiche mostra che non si può lasciar da parte l’elemento intuitivo. L’opinione secondo cui l’unico metodo scientifico è quello induttivo cade di fronte alla constatazione empirica che: “tutta la storia della Scienza mostra la impossibilità di spiegare e prevedere fenomeni osservabili soltanto collegando e generalizzando induttivamente i risultati empirici. È necessario un procedimento ipotetico-deduttivo-osservativo, che è quello applicato nelle branche più avanzate delle Scienze Umane”. (Hempel)

L’operazionismo rigoroso, nell’accezione di Skinner, toglieva ogni validità al metodo clinico non soltanto per la costruzione di teorie ma anche in sede di formulazione di ipotesi. Il realismo empirico accetta due punti fondamentali come principi per la ricerca scientifica:

a) il metodo induttivo si basa sulla osservazione dei dati e sulla costruzione di ipotesi verificabili;

b) esiste una capacità, tipica dell’individuo umano, di compiere delle operazioni di previsione sulla base di un minimo di informazione. È facile riconoscere che il secondo punto è la formulazione operativa del metodo clinico e più in generale dell’intuizione. Questo passaggio è possibile grazie ad una nuova concezione della misura: una ipotesi è valida se rende possibile la spiegazione e la previsione del maggior numero di eventi. Il criterio di verificabilità “a posteriori” determina la validità dell’ipotesi. Da un canto, vengono ridimensionati la misura aritmetica e l’osservabilità intersoggettiva come unico parametro scientifico. Dall’altro, si elimina la possibilità di estrapolazioni metafisiche per le operazioni cliniche. La necessità, postulata da Mach e ripresa da Mannheim e soprattutto dal Wienerkreis, di esaminare a fondo i contenuti di valore che lo scienziato introduce tanto nella formulazione delle ipotesi quanto nella costruzione del sistema teorico, completa la descrizione dell’atteggiamento moderno verso la ricerca.

Per costruire una teoria generale della psicoterapia sono dunque necessari i seguenti passaggi:

1) analisi dei contenuti di valore presenti in ciascun orientamento di pensiero;

2) esame strutturale delle teorie di base, nel senso in cui ha operato Rapaport per la teoria psicoanalitica;

3) formazione d’un linguaggio comune;

4) traduzione delle proposizioni teoriche in linguaggio operativo.

I tentativi in questo senso dovranno superare una serie di resistenze sociali e psicologiche; tuttavia sono indispensabili per uscire dalla fase prescientifica degli studi psicoterapici. È interessante vedere come in quasi tutti i convegni di psicoterapeuti si ponga il problema della sintesi e di una maggiore comunicazione tra le varie scuole. Ad esempio, nel rapporto introduttivo al Congresso di Psicoterapia di Barcellona del 1958, il problema è stato posto nella maniera ormai abituale: necessità del nuovo genio che riesca ad integrare i differenti contributi. D’altro canto, i tentativi di incontro tra scuole prendono l’aspetto di confronto fra teorie. Atteggiamenti di questo tipo sono basati su una coscienza metodologica insufficiente; di fatto, in attesa del genio che faccia la sintesi, dobbiamo per lo meno preparare il materiale per una sintesi. Altrimenti l’attendere il genio è un modo come un altro di eludere il problema. Per il secondo punto, le teorie sono ancora lontane da una formulazione strutturale corretta. La clinica del rapporto psicoterapeutico è il vero campo di confrontazione empirica, ma è poco impiegata a causa dell’atteggiamento di isolamento culturale dei vari gruppi. Pertanto, il compito attuale è quello della pre-sintesi, e per questo ho parlato di fase prescientifica della psicoterapia.

Abbiamo visto come il metodo clinico, fondamento dell’azione psicoterapica, trova oggi la propria collocazione operativa e diviene parte integrante del pensiero scientifico. Definito e compreso nei limiti della sua portata teorica ed empirica, il metodo clinico entra di diritto nel campo della scienza senza l’inferiorità verso il metodo “sperimentale” cui ho già fatto allusione. In questa posizione è la base della nuova teoria della conoscenza, non è più intesa come coscienza razionale, in cui l’uomo partecipa con le possibilità coscienti ed inconsce della sua personalità alla ricerca della verità. Si pongono le basi per la sintesi futura, ricordando d’essere all’inizio del cammino. A questo punto, giunge il problema pratico di come condurre la ricerca in psicoterapia. Tentiamo di delimitarlo operativamente: Freud aveva detto che la psicanalisi è contemporaneamente uno strumento terapeutico, un mezzo di ricerca ed una concezione teorica della personalità. Se lo psicoterapeuta, nel suo lavoro, si sente investito dei tre aspetti summenzionati, considerando quindi se stesso come il ricercatore ideale nel campo della psicoterapia, ritorna la confusione. Lo psicoterapeuta, come curatore, può essere definito operativamente in rapporto al seguente schema di riferimento:

1) le esperienze raccolte da Freud in poi hanno condotto alla costruzione di un insieme teorico che permette di comprendere un sufficiente numero di aspetti e di atteggiamenti del comportamento umano, normale e patologico;

2) questo insieme teorico permette di intervenire sul comportamento umano con una serie di atti il cui effetto è sufficientemente prevedibile: questi atti costituiscono la psicoterapia;

3) vi sono delle persone più capaci di altre di compiere questi atti;

4) questa capacità deriva da una maggiore conoscenza intellettuale del sistema teorico e da caratteristiche di personalità;

5) le esperienze raccolte permettono di concludere che l’impiego di certe tecniche di addestramento può aumentare la capacità personale di determinate persone;

6) possiamo concludere che oggi esiste un metodo per aumentare questa capacità in alcuni individui: questi prendono il nome di psicoterapeuti e sono individui capaci di compiere degli atti terapeutici con maggiore probabilità di successo rispetto agli altri.

A questo punto, abbiamo dato una definizione dello psicoterapeuta in termini probabilistici. La conclusione generale è nella possibilità di “costruire” degli individui adatti come “strumenti”. Dal punto di vista della ricerca, lo psicoterapeuta è il miglior “strumento” a disposizione per la raccolta dei dati. Per quanto riguarda la costruzione di insiemi concettuali, utilizzando i dati raccolti, il problema diviene ancora una volta di sociologia della conoscenza: la stessa persona può lavorare su due livelli? Non si può escludere che esistano individui particolarmente dotati, per cui la risposta sarebbe positiva. Ma l’esistenza del genio non può essere generalizzata: è più probabile che uno psicoterapeuta, abituato a prevedere clinicamente il verificarsi d’un fenomeno con un elevato livello di probabilità soggettiva, trovi noioso ed inutile impostare il proprio lavoro come disegno sperimentale. D’altra parte, lo sperimentalista non ha la capacità di fare da solo la raccolta dei dati. È dunque necessaria una divisione operativa di figure nel nostro campo di ricerca, in rapporto a fattori specifici. In concreto, la soluzione è nella collaborazione rigorosa tra psicologi sperimentali e psicoterapeuti. La necessità del lavoro in gruppo diviene indispensabile nel nostro settore come negli altri campi della ricerca scientifica. Questa è la strada da battere per la raccolta e la sistemazione dei dati, come base per la sintesi futura. Il timore di atomizzazione dell’individuo cade nella retorica e ci spinge al rischio di credere alla sintesi restando ancorati ad una pseudosintesi oscurantista. Si può d’altra parte constatare come a livello sociale la collaborazione stenti a verificarsi a causa di sistemi di valore che si manifestano come mentalità e posizioni antitetiche. La dialettica fondamentale di tale conflitto può essere indicata nel fatto che gli sperimentalisti si sentono depositari della Scienza e gli psicoterapeuti dell’Essenza dell’uomo.

Non è più il tempo per riconoscersi nelle “due culture” di Snow e di rappresentare, in una sorta di psicodramma sociale, i due poli del conflitto dell’umanità. Lo psicoterapeuta che difende il ruolo di ricercatore unico, in nome della “sintesi”, rappresenta soltanto la figura patetica d’una umanità che ha bisogno di sapere che qualcuno salva l’unità dell’uomo. Manca il coraggio di riconoscere la crisi e la scissione dentro di sé, come primo atto per intraprendere la via della ricerca dell’essere. Non è possibile la ricerca della verità a chi, credendo di sapere cosa è l’uomo, si aggrappa alla propria concezione senza metterla in crisi. Ciò rappresenta uno dei poli di conflitto dell’esistenza d’oggi. Tento ora l’analisi di alcuni aspetti dello sviluppo del pensiero psicoterapico, dimostrativi agli effetti del fatto che ci troviamo ancora di fronte ad un problema di sociologia della Scienza. I concetti e le tecniche psicoterapiche hanno essenzialmente tre derivazioni: la concezione filosofica e religiosa della natura dell’uomo, i modelli concettuali delle scienze biologiche e fisiche, i dati empirici raccolti nella pratica terapeutica. Caratteristica principale dello sviluppo della psicoterapia è stata la suddivisione in un elevato numero di scuole rigorosamente separate le une dalle altre. Tre elementi costituiscono la causa principale di questa separazione:

1) l’introduzione massiva d’una filosofia, implicita o esplicita, nella concezione teorica di ciascuna scuola. Come rilevato precedentemente è facile riconoscere le basi filosofiche della psicanalisi freudiana. Possiamo d’altronde trovare l’influsso del pensiero di Bentley, Dewey, Pasons, nel pensiero di Grinker, di Durkheim su Sullivan, dell’esistenzialismo su molti psicoterapeuti. Nelle altre scienze è stato più facile liberarsi dai legami filosofici e servirsi di ipotesi transitorie. Nel caso della psicoterapia, è più difficile rinunciare ad una concezione dell’uomo. Il fenomeno più importante è il seguente: in luogo di inserire i dati empirici raccolti in un quadro generale di pensiero, si riscontra la tendenza ad impiegarli come prove d’una determinata concezione teorica e come strumenti di lotta contro altre concezioni. Ciò facendo, gli psicoterapeuti hanno rispecchiato fedelmente la loro provenienza culturale.

2) le differenze tra i tipi di pazienti su cui i fondatori di ciascuna scuola si sono basati nelle loro osservazioni. Questo fatto permette di spiegare molte differenze tecniche. D’altra parte, è notorio come le differenze di personalità degli psicoterapeuti orientino le loro scelte verso un tipo di malato, piuttosto che un altro, e viceversa. Fenomeno più importante è che le varie scuole hanno cercato di distinguersi le une dalle altre sulla base delle loro tecniche. È un aspetto parziale che ha contribuito più d’ogni altro alla situazione di lotta. Sentiamo dire spesso: “Questa è psicanalisi ortodossa”, ovvero: “In questo caso non si può adoperare la psicanalisi ortodossa.” Siamo talmente abituati a questi luoghi comuni da non percepire più l’assoluta inconsistenza logica. Proviamo a chiederci cos’è uno psicanalista ortodosso: vedremo che le cosiddette differenze tecniche sono ben minori delle differenze di stile tra vari terapeuti. Certe differenze, puramente formali dal punto di vista della loro rilevanza teorica, non bastano a costituire un criterio di delimitazione, senza considerare il fatto che non esiste regola tecnica la quale non abbia subito evoluzioni e trasformazioni. La psicoterapia delle psicosi ce ne dà un esempio tipico: l’affermazione che la psicanalisi non era utilizzabile per il trattamento di psicotici, deriva da un fattore tecnico; delle variazioni di tecnica hanno permesso di curare le psicosi. Molti hanno affermato: “La psicoterapia delle psicosi non è psicanalisi.” D’altra parte, i modelli psicanalitici permettono di comprendere la dinamica delle psicosi. Non possiamo quindi certo adoperare il parametro della tecnica per la differenziazione. Il vecchio criterio dell’analista-specchio è crollato di fronte allo studio del controtransfert e della sua utilizzazione terapeutica. Nacht scopre lo psicanalista come persona ed autorizza gli ortodossi a sentirsi persone senza più senso di colpa nella situazione terapeutica. Ci viene detto con un ritardo di trent’anni quanto già affermato da Jung. Non ci resta che constatare, di fronte a certe scoperte ortodosse, che ci si trova di fronte ad un fenomeno di interesse sociologico, ma non certo ad un fatto di cultura. Allo stesso modo, non può servire come criterio differenziale il parametro della teoria, con tutte le sue evoluzioni. Innanzitutto, non c’è un’opera organica rigorosa su che cosa è oggi la teoria psicanalitica. Nessuno l’ha formulata in linguaggio operativo, né nel campo della psicanalisi né in quello di altri sistemi teorici, in modo da permettere una confrontazione. Siamo ancora nella fase di ricerca d’un linguaggio comune, che rende impossibile questa confrontazione: i concetti delle diverse scuole sono spesso formulati con una tale imprecisione, da renderli inutilizzabili dal punto di vista scientifico. D’altra parte, se ci chiediamo cos’è un non-ortodosso, la risposta è la stessa. Troviamo anche lì delle esigenze di differenziazione riguardanti dettagli tecnici e le stesse difficoltà di formulazione concettuale. Il solo fattore che forse lega tra loro i non-ortodossi è il bisogno di dimostrare che non sono ortodossi: ma questo non è un criterio scientifico.

Possiamo concludere che il concetto di “scuola” non è un criterio culturale, ma un criterio di appartenenza ad un gruppo in senso sociologico. Questo fattore ha avuto una importanza decisiva nella cristallizzazione del basso livello di comunicazione tra le scuole. Ne emerge chiaramente la difficoltà, di origine strettamente sociopsicologica, di costruire una teoria generale della psicoterapia.

In questi ultimi anni, ho condotto una ricerca sul problema del significato di “ortodosso” in psicanalisi, ponendo la domanda specifica ad un campione di colleghi “ortodossi” e “non ortodossi”. L’aspetto più interessante delle risposte è la loro incoerenza logica, che d’altra parte chiunque può facilmente constatare ad un esame anche sommario di qualche articolo comparso in questi ultimi tempi sul problema “Psicanalisi e Psicoterapia” e dal contesto di alcuni pubblici dibattiti. Un altro aspetto, anch’esso interessante, è la distorsione percettiva reciproca, cioè l’immagine che ognuno d’essi si fa del modo di pensare o d’agire dell’. È senz’altro un settore particolarmente ricco di proiezioni

3) Il terzo fattore di separazione è rappresentato dalla personalità dei fondatori delle scuole. Si tratta in genere di persone molto rappresentative ed affascinanti, che hanno esercitato una enorme influenza sui loro allievi. La modalità didattica ovviamente accresce questa influenza. È sufficiente a questo riguardo constatare la frequenza con cui i dati empirici sono stati adoperati per provare le idee del leader o per distanziarsene. Dobbiamo tenere conto del fatto che lo sviluppo teorico della psicoterapia è stato molto rapido e che numerosi fondatori di scuole sono ancora viventi e lo sono stati fino a pochi anni or sono. Questo fatto permette di spiegare numerosi dogmatismi, nonché il forte bisogno di differenziazione: anch’essi, dopotutto, erano uomini con le loro qualità e difetti. Bisognerà arrivare alla generazione dei nipoti o dei pronipoti per potersi liberare da questo influsso. L’esempio della psicoterapia delle psicosi citato sopra può ancora servirci: quanti anni sono passati prima che ci si accorgesse della possibilità di utilizzazione della psicanalisi, a causa dell’affermazione fatta da Freud. La separazione tra scuole, d’altro canto, ha spesso rappresentato l’autorizzazione implicita a non leggere la produzione di scuole differenti: una analisi bibliografica dei lavori psicoterapeutici permette a chiunque di constatarlo. L’appartenenza ad un gruppo comporta il diritto all’incultura. Ciò che sarebbe una lacuna inescusabile in ogni altro settore della scienza, è un grazioso vezzo degli psicoterapeuti. Questo elemento è ulteriormente rinforzato dalla preponderanza data alla preparazione emotiva, tramite l’analisi didattica, rispetto alla preparazione intellettuale. L’allievo si appoggia sull’analisi e neglige l’informazione. Chiunque esaminasse dal punto di vista sociologico le strutture d’insegnamento, troverebbe la conferma di questo fatto. In generale, si leggono gli scritti principali del fondatore della scuola, qualche scritto degli “avversari” per rendersi conto di come sono “cattivi” e si entra nella professione. Si può spesso constatare come degli psicoterapeuti non analizzati, per compensare il loro senso di inferiorità, hanno una cultura molto più vasta rispetto ai loro colleghi analizzati. Questo fenomeno, più o meno accentuato, è molto frequente e rappresenta anch’esso un ostacolo allo sviluppo della psicoterapia come scienza.

Al di là del tentativo di porre i problemi di base per impostare il discorso sulla psicoterapia come scienza, vorrei fare alcune considerazioni generali su quanto precedentemente scritto.

All’inizio avevo detto: “La psicoterapia comincia ad uscire dalla fase prescientifica”; ciò coincide con un’epoca di crisi dell’umanità. La psicoterapia ha sempre di fronte due possibilità: d’essere una strada verso la libertà o d’accettare l’adattamento alla società. Spesso ha scelto la seconda, schierandosi dalla parte dei valori dominanti e snaturando il significato del messaggio stesso di Freud. L’accusa di “serva del potere” alla psicologia è venuta proprio da una cultura che se n’era servita fin troppo e che aveva creduto al “vivere psicoanaliticamente” come via per evitare l’angoscia. Possiamo constatare come l’impregnazione filosofica del pensiero psicoterapico e soprattutto dell’azione psicoterapica è stata spesso strumento di conservazione, trattandosi generalmente di filosofia in ritardo di molti anni rispetto all’evoluzione del pensiero filosofico. Gli psichiatri che fanno della filosofia, la fan sempre di seconda mano, e ce lo dimostra l’aspetto letterario della vuota retorica di troppi scritti psichiatrici. Forse alla base della scelta verso questo lavoro c’è spesso il tentativo di compensare una scelta umanistica frustrata. Ma ciò non autorizza a sentirsi produttori di cultura, tanto più che il risultato è troppe volte la chiusura alle idee altrui. Il genio di Freud non autorizza i modesti epigoni a giocare a Freud, e tanto meno quello di Jung, per non parlare del gioco alla moda del “non-ortodosso”. Riuscire a riconoscersi umili professionisti può costituire una base utile per il progresso della psicoterapia come scienza e per l’apertura verso l’esperienza d’altri. Non a caso, negli Stati Uniti hanno scoperto quindici anni fa la psichiatria esistenziale, trasportando l’ontologia sul divano psicanalitico e formando, attorno al buon Rollo May, una nuova “scuola” che ha già molti adepti e che fornisce già nuovo materiale alle diatribe tra scuole. Come al penultimo congresso di Psicoterapia, a Londra, abbiamo scoperto grazie a Laing care cose conosciute alla Mitteleuropa da più anni. Questa operazione d’antiquariato deve essere inquadrata e compresa storicamente come espressione del bisogno di una umanità che cerca disperatamente di riconoscersi in qualcosa e di alcuni suoi membri, con l’etichetta di psicologi, che rispondono a questo bisogno fornendole una conveniente misura d’idee. Essa ci può insegnare che la posizione dello psicoterapeuta d’oggi non può allontanarsi da quella dell’uomo d’oggi. Non ci si può definire freudiani, junghiani o esistenzialisti, allo stesso modo che l’uomo d’oggi è obbligato a confrontarsi con una crisi ideologica in cui non trova facile collocazione. Il bagaglio di conoscenza che la nostra epoca possiede ci obbliga ad un atto d’umiltà: dalla scienza non emerge la misura dell’uomo. La posizione di psicoterapeuta è un atteggiamento verso la vita. Se da un canto la sofferenza umana è l’espressione della crisi, dall’altro questa crisi deve incontrare un uomo capace di confrontarsi con essa, ricco d’esperienza ma senza risposte preformate. Il dialogo che accompagna l’uomo nella ricerca di sé, come posizione d’esistenza, non ha luogo tra chi risolve la sofferenza attraverso una definizione e chi non riesce a trovare se stesso nella definizione. Psicoterapia significa dunque, nella accettazione consapevole dei nostri limiti, testimoniare l’umano presso la sofferenza.

*Conferenza tenuta presso la clinica psichiatrica dell’Università di Losanna nell’ottobre 1964. Pubblicata originalmente su Psicoterapia e Scienze Umane   1967  I,2/3:1-5

Pier Francesco Galli PSICOTERAPIA E SCIENZA: versione PDF stampabile

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