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A. Peduto – In ricordo di Grigorios Kapsomenos

Caro Grigori, dove sei andato?
Mi piace pensare che, come i due vecchi professori di concertino che un giorno, non avendo niente da fare, presero chitarra e mandolino e andarono a suonare in Paradiso, tu pure, avendo per un’improvvisa distrazione perso la strada, sia finito da quelle parti. Solo che San Pietro non ti dà il permesso di tornare se prima non gli metti a posto quell’enorme, sgarrupata biblioteca, dove si accumulano tutti i libri che da quaggiù spariscono o che mai ci arrivano, i libri perduti, quelli esauriti, quelli mai trovati, quelli mai stampati, i libri vecchi, i libri introvabili e perfino quelli inesistenti e ancora da scrivere. Ti aspetteremo, Gregorio.
Ti ho conosciuto quando la libreria era dall’altro lato della strada e bisognava muoversi con grande attenzione per non far precipitare i libri le cui pile arrivavano ad altezze improbabili. Così si imparava a muoversi con rispetto e delicatezza.
Era come entrare nella caverna di Alì Babà, salvo che c’eri tu, col tuo sorriso un pò ironico, un pò tenero, il tuo sguardo miope un pò svagato, e allora ci si chiedeva da dove tu fossi arrivato; forse eri caduto per sbaglio sulla terra.
Sapevi essere lucido e disincantato senza rinunciare ad essere ingenuo e fiducioso come un bambino.
La tua cultura era prodigiosa e non ha mai cessato di stupirci.
I libri li amavi e li conoscevi come si conoscono i vecchi amici. Li convocavi nella tua memoria con l’abilità di un giocoliere. Potevi ricordarti di un libro che ti avevo chiesto o che mi avevi dato vent’anni prima. Ogni libro cercato, trovato, amato, era una scintilla accesa contro la barbarie da cui eri fuggito e i cui segni sapevi riconoscere con sicurezza.
La tua mente seguiva percorsi che non erano quelli abituali perché la forza di gravità, che imprigiona noi alla terra, quando aveva afferrato te strappandoti al mondo da cui eri arrivato, non era riuscita ad averla vinta del tutto, così avevi conservato la capacità di andare e venire, quella stessa che hanno i poeti.
Sei stato un poeta e un ricercatore, mio caro amico. Mi hai insegnato il valore della resistenza, che è poi quello della speranza.
Perché l’amore per i libri in te è stato l’amore per l’umano.
Questo voglio ricordare e conservare per sopportare la tua assenza, e perciò ti saluterò con i versi del poeta
“Il reale talvolta disseta la speranza. Ecco perché, contro ogni aspettativa, la speranza sopravvive” (René Char)

Angela Peduto, 14 aprile 2011

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