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Giovanna Canziani – Identificazione proiettiva: tra intrapsichico e interpersonale

Sabato 5 febbraio 2011

Giovanna Canziani – Identificazione proiettiva: tra intrapsichico e interpersonale

 

Quando parliamo di identificazione proiettiva ci confrontiamo con un meccanismo psichico ipotizzato per spiegare certe situazioni cliniche.

Joseph Sandler in Proiezione, identificazione e identificazione proiettiva  sottolinea quanto sia importante partire da definizioni che comprendano lo sviluppo progressivo, nonchè l’ampliamento semantico, dei termini appartenenti al lessico psicoanalitico. Anche il dibattito sull’identificazione proiettiva è da inserire in questo contesto dinamico. Per evitare di sovrapporre  i termini dobbiamo quindi cominciare dalle definizioni  di proiezione, esteriorizzazione, interiorizzazione, identificazione, incorporazione per arrivare, infine, identificazione proiettiva.

Freud nelle Lettere a W. Fliess (1887-1904) considera la proiezione come una tendenza a ricercare una causa esterna più che interna. Questo meccanismo è rintracciabile nella paranoia, in cui “si respinge una rappresentazione incompatibile con l’Io mediante la proiezione del suo contenuto all’esterno”. Nella paranoia si realizzerebbe un cattivo uso di un meccanismo con finalità difensiva che contribuisce quotidianamente a determinare il nostro atteggiamento verso il mondo. In Nuove osservazioni sulla neuropsicosi da difesa (1896) Freud considera un meccanismo di difesa che comporta l’attribuzione ad un altro da sé di pensieri, azioni, desideri inaccettabili. In Osservazioni psicoanalitiche su un caso di paranoia descritto autobiograficamente, (1910 ) afferma che nella formazione del sintomo paranoico “una percezione interna è repressa e al suo posto il contenuto di essa, dopo aver subito una certa deformazione, perviene alla coscienza sotto forma di percezione esterna”.

Anche la formazione delle fobie si attuerebbe grazie a questa difesa: la minaccia pulsionale per l’Io viene proiettata all’esterno dove risulta più controllabile attraverso l’evitamento fobico. Il pericolo derivante da una pulsione viene, quindi, fatto dipendere dalla percezione.

Dopo questa fase il concetto viene sviluppato da Anna Freud e da Melanie Klein.

Anna Freud parla di spostamento di un contenuto psichico, o parte indesiderata, dalla rappresentazione di sé alla rappresentazione di un oggetto. L’esteriorizzazione è intesa come sinonimo di proiezione: si tratta di mettere all’esterno una parte di sé non accettata. Anna Freud introduce l’idea dell’esteriorizzazione di un conflitto, processo che consiste nella trasformazione di un conflitto interno, intrapsichico, tra istanze, in un conflitto con oggetti esterni. Nel rapporto fra traslazione ed esteriorizzazione l’autrice specifica che con i bambini l’analista può essere usata semplicemente per rappresentare una parte di sé e quindi non è possibile parlare di rappresentazione oggettuale, di traslazione nei termini di investimento libidico. Naturalmente è molto difficile distinguere tra questi due concetti.

Quanto a Melanie Klein,  c’è per lei una stretta connessione tra le fantasie anali di espulsione(feci) e il meccanismo della proiezione. La proiezione è il meccanismo che permette l’espulsione degli impulsi sadici all’origine della vita.

Sandler utilizza il termine per indicare il mettere fuori gli oggetti interni, o introietti, che costituiscono  parti significative del mondo interno.

 

L’interiorizzazione è da intendere come sinonimo di prendere dentro, introiezione, incorporazione, identificazione. Freud si riferisce a due processi: l’interiorizzazione delle regole (Disagio della civiltà, 1929) e l’interiorizzazione dell’aggressività, cioè il rivolgimento degli impulsi aggressivi contro se stessi. Entrambi i fenomeni sono fondamentali per la formazione del Super-Io.

H. Hartmann in Psicologia dell’Io e problema dell’adattamento (1939) amplia il concetto nel senso che il soggetto fa propri, attraverso l’interiorizzazione, comportamenti che in precedenza erano solo una risposta alla stimolazione esterna. Ciò  rappresenta un passaggio per l’acquisizione di maggiore indipendenza dall’ambiente. Le relazioni vengono interiorizzate, trasformandosi in intrapsichiche.

Rapaport definisce interiorizzazione quel processo che influenza il mondo interiore delle rappresentazioni, mentre l’incorporazione, l’introiezione e l’identificazione riguarderebbero il mondo interno della struttura psichica.

 

L’identificazione viene descritta da Freud nelle lettere a Fliess come identificazione isterica, “per cui il sintomo si realizza attraverso l’identificazione con un’altra persona” e identificazione nei sogni, dove due persone con caratteristiche in comune vengono rappresentate nel contenuto manifesto come un unico soggetto. In Introduzione al narcisismo (1914), egli inserisce il concetto nel processo evolutivo e  ricollega l’identificazione all’incorporazione orale e all’introiezione. L’identificazione interviene  nella risoluzione del conflitto di Edipo (identificazione con il genitore di uguale sesso) ed è fondamentale nella formazione del carattere. E’ importante sottolineare  la differenza tra identificazione primaria e identificazione secondaria. L’identificazione primaria è precedente al costituirsi del confine tra il Sé e l’oggetto. Il bambino inizialmente non è in grado di distinguere tra Sé e l’oggetto, mentre nella patologia è in gioco una condizione regressiva di de-differenziazione dei confini, come avviene nella psicosi. L’identificazione secondaria indica la condizione psichica in cui i confini sono preservati, ma nella rappresentazione del sé vengono incorporati gli attributi di un’altra persona/oggetto. Così è possibile che si realizzi il narcisismo secondario che implica che l’ammirazione, l’amore per l’oggetto, vengano trasferiti sul proprio Sé.

 

 L’introiezione viene utilizzata come termine per indicare tutte le forme di interiorizzazione, anche l’identificazione. Ferenczi lo utilizza  per indicare le occasioni in cui l’Io si relaziona con un oggetto, il che porta all’inclusione dell’oggetto all’interno dell’Io. Freud utilizza il termine per indicare l’interiorizzazione/formazione delle immagini parentali e del Super-Io, oltre che per riferirsi all’interiorizzazione dell’oggetto perduto nella melanconia (Psicologia delle masse e analisi dell’Io 1921). È importante distinguere tra l’uso del termine  introiezione per indicare il processo percettivo del prendere dentro l’esterno e l’uso  per indicare il processo di costruzione nel mondo fantasmatico del bambino di un oggetto importante, l’introietto, che svolge anche una funzione rassicurante rispetto alla presenza dell’oggetto amato (Sandler, Schafer, 1968). Da sottolineare la differenza tra l’ identificazione, che porta alla modificazione della rappresentazione di sé,  e l’ introiezione, che indica la creazione di personaggi interni, inconsci e immaginari vissuti come appartenenti al proprio mondo, anche se distinti dalla rappresentazione di sé.

 

L’incorporazione viene usata da Freud come sinonimo di interiorizzazione e si riferisce alla meta orale della pulsione. Sandler e Greenson ritengono che debba riferirsi all’atto biologico del prendere qualcosa dentro un orifizio,  i kleiniani fanno riferimento essenzialmente al cavo orale.

 

 

Il concetto di identificazione proiettiva, introdotto da M. Klein nel ’46, viene sviluppato in un periodo in cui i termini menzionati precedentemente venivano utilizzati in modo confuso. Hanna Segal descrive il concetto in modo ampio: “parti di sé e dell’oggetto vengono scisse e proiettate sull’oggetto esterno” che viene così posseduto dalle parti proiettate, con cui poi si identifica. L’autrice parla del processo per riferirsi ad un meccanismo difensivo, ad una prima forma di empatia, e  ad una forma precoce di formazione del simbolo.

Sandler distingue lo sviluppo del concetto in tre fasi:

la prima fase si riferisce alle teorizzazioni di M. Klein riguardanti un processo che avviene nella fantasia, cosicché  l’oggetto reale non viene modificato. L’interpretazione di Sandler del pensiero della Klein tiene conto delle rappresentazioni oggettuali. Quando la Klein parla di identificazione con parti di un oggetto, questo può essere inteso secondo Sandler come un “prendere dentro” la rappresentazione di sé aspetti della rappresentazione dell’oggetto. Nella proiezione, al contrario, aspetti della rappresentazione di sé verrebbero spostati sulla rappresentazione dell’oggetto. Così la traslazione è considerata una fantasia sull’analista che deve essere interpretata e che origina distorsioni nella percezione dell’oggetto da parte del paziente.

La seconda fase vede un ampliamento del concetto anche in riferimento alla traslazione- controtraslazione. Per Paula Heimann l’identificazione proiettiva può dare origine a fenomeni di controtransfert e quest’ultimo  può essere considerato “uno strumento di ricerca nell’’inconscio del paziente”, laddove le concezioni precedenti  consideravano il controtransfert solo un ostacolo al lavoro dell’analista.

Racker nel ’48 arriva ad affermare che l’identificazione proiettiva è il processo di controtransfert. Egli distingue tra identificazione concordante, in cui nella controtraslazione l’analista si identifica con la rappresentazione del Sé presente nella fantasia del paziente e identificazione complementare in cui l’analista si identifica con la rappresentazione oggettuale presente nella fantasia di traslazione del paziente. Quindi in questa seconda fase di elaborazione del concetto le identificazioni dell’analista hanno effetti evidenti sulla controtraslazione. Ciò comporta una trasformazione nel modo di concepire il controtransfert: diviene un prezioso strumento da cui trarre informazioni sul paziente.

La terza fase vede l’identificazione proiettiva come un meccanismo in cui l’esteriorizzazione di parti di sé avviene in un oggetto esterno. Bion ha sviluppato questa teoria avvalendosi della metafora del contenitore (1962). Il bambino sarà in grado di reintroiettare le fantasie, i sentimenti cattivi proiettati in forme più tollerabili, grazie all’attività di pensiero (rêverie) dell’oggetto.

Alla luce delle considerazioni di Sandler  l’identificazione proiettiva risulta essere un meccanismo intrapsichico che contribuisce al cambiamento delle rappresentazioni psichiche nella fantasia, in accordo con la concezione kleiniana. Inoltre questo concetto ha consentito di allargare il termine  traslazione, classicamente considerato una riedizione del passato. Il transfert può rispecchiare invece anche le fantasie relative alla relazione con l’analista che si sono formate nel qui e ora. Il tema del controllo è sottolineato ed è presente in riferimento alle finalità del meccanismo. “Il soggetto può liberarsi di quanto non gli piace di se stesso attraverso l’identificazione proiettiva  e, controllando l’oggetto, può inconsciamente credere di controllare gli aspetti non desiderati e proiettati di sé”. Secondo Sandler, il fornire al soggetto attaccato dal persecutore interno la possibilità di liberarsi, attraverso la proiezione, della parte colpevole e identificarsi, attraverso l’ identificazione introiettiva, con il persecutore che rappresenta la parte idealizzata, incrementa la motivazione al controllo dell’oggetto. Il meccanismo di difesa mira a ridurre l’angoscia e di conseguenza gli aspetti proiettati vengono collocati oltre il confine sé-oggetto.

Quanto al problema dei confini sé-oggetto nel dibattito emergono  opinioni discordanti:  secondo la Klein, il meccanismo contribuisce al formarsi della separazione sé-non sé, altri, invece, affermano che in assenza di un confine già consolidato non sia possibile parlare del processo dell’identificazione proiettiva,. Sarebbe necessaria la presenza di una separazione interno-esterno perché l’identificazione proiettiva si possa realizzare. Diverso, infatti, è ipotizzare che il bambino attraverso tentativi di identificazione e disidentificazione si avvicini ad un controllo delle emozioni e dei sentimenti. Questi primi passaggi contribuiscono al formarsi e al consolidarsi dei confini, appunto. Invece nel caso della psicosi, dove i confini tra le rappresentazioni sono inesistenti, l’identificazione proiettiva potrebbe essere utilizzata per delineare minimamente i confini stessi. La formazione di un persecutore sta ad indicare che il soggetto ha costruito una particolare rappresentazione di sé, seppure con un fragile confine. Secondo Sandler il meccanismo difensivo è ubiquitario, forse patogeno più che patologico, e non riguarda esclusivamente la psicosi. Quando l’identificazione proiettiva modifica la fantasia dell’oggetto, o la rappresentazione oggettuale, e nella seconda fase fa sentire il suo effetto sulla persona che riceve la proiezione, secondo  Sandler , essa entra nella elaborazione della “fantasia di desiderio “ riferita all’analista. La fantasia di desiderio ha una forza orientata verso la gratificazione/il soddisfacimento. Il paziente cerca di rendere attuali e reali le fantasie inconsce e per ottenere il suo scopo il soggetto può agire in modo tale da evocare una risposta di controtraslazione nell’analista, come quella descritta da Racker. La fantasia di desiderio contiene, secondo l’autore, una rappresentazione di sé, una rappresentazione dell’oggetto e una rappresentazione della interazione tra i due elementi. Viene introdotto il concetto di ruolo in riferimento sia al sé che all’oggetto. I rapporti di ruolo compaiono nella traslazione ed esprimono “aspetti desideranti della vita fantastica inconscia”. Inoltre il soggetto ha in sé una fantasia di interazione di ruolo che contribuisce a creare una ipotetica e immaginata risposta da parte dell’oggetto. “Si può dire che il paziente in analisi cerca di attualizzare la relazione di ruolo relativa al suo desiderio inconscio (…) all’interno dello scenario della situazione analitica”. Questa teorizzazione reintroduce il concetto di identificazione complementare dell’analista con la relazione oggettuale interna al paziente e di identificazione concordante con la rappresentazione di sé contenuta nella fantasia di desiderio.

La rielaborazione che l’analista può favorire nel rapporto terapeutico con il paziente è un processo più complesso di quanto si possa pensare ricorrendo alla sola identificazione proiettiva. Gli scopi del lavoro analitico riguardano il raggiungimento di una maggiore tolleranza delle proprie caratteristiche come persona. Per arrivare a ciò, l’analista percorre una strada tortuosa costellata da fantasie, relazioni inconsce con oggetti interni significativi, angosce derivanti da conflitti. È necessario considerare le difese abituali del paziente e le sue proiezioni. L’accesso al materiale avviene attraverso le interpretazioni e la ricostruzione della storia per collegare i temi centrali presenti nell’inconscio.

Altro elemento controverso è la tesi secondo cui l’identificazione proiettiva sarebbe alla base dell’empatia. L’identificazione primaria, caratterizzata da labilità dei confini, viene mantenuta come meccanismo psichico per tutta la vita, pur essendo specifico delle prime fasi dell’esistenza. L’empatia, come la traslazione e controtraslazione, sarebbero il frutto di questa componente. L’identificazione secondaria e la proiezione si possono realizzare solo quando sono presenti i confini tra sé e oggetto. Nelle fasi più avanzate dello sviluppo, sebbene permangano le identificazioni primarie sullo sfondo, vengono seguite nell’immediato  da disidentificazioni (questo sono io e quello è lui). Quindi, la disidentificazione è possibile grazie alla presenza dei confini tra rappresentazioni.  Anche la proiezione per ottenere il suo scopo necessita di consapevolezza dei confini: per provare sollievo nel processo dobbiamo essere consapevoli dell’appartenenza del contenuto proiettato. Sandler sottolinea che l’identificazione proiettiva sia fondamentalmente un concetto descrittivo, più che esplicativo. Il rischio da cui guardarsi è considerare ogni fantasia, reazione dell’analista/paziente come il frutto della identificazione proiettiva.

 

Meissner, altro autore che ha contribuito a discutere i concetti qui delineati, concentra la propria riflessione sulla funzione evolutiva dei processi di proiezione e di introiezione, che contribuiscono al formarsi del Super-Io e dell’Ideale dell’Io fino alla risoluzione del complesso di Edipo. I processi di proiezione e di introiezione vengono impiegati anche a scopi difensivi. L’uso difensivo serve per  strutturare il mondo interno, attraverso l’introiezione, e il mondo esterno attraverso il meccanismo opposto.  Nella strutturazione del mondo interno gli aspetti incorporativi precedono la capacità di distinguere tra il sé e l’ oggetto, ma contribuiscono a modificare l’esperienza del bambino. Se l’esperienza non è piacevole provocherà l’esteriorizzazione e ciò contribuisce a delineare le prime differenziazioni. Il processo di costruzione del mondo interno avviene attraverso l’introiezione dell’oggetto e la qualità di questo stesso dipende dalle caratteristiche reali e dalle attribuzioni del soggetto provenienti dal suo mondo interno. L’attribuzione di qualità consiste nella proiezione, appunto, di derivati pulsionali. Le pulsioni ostili proiettate rendono l’oggetto pericoloso e un oggetto buono può “assorbire” l’aggressività, neutralizzandola. Questo fenomeno introduce nel mondo psichico l’ambivalenza degli oggetti e, nello stesso tempo, gli impulsi aggressivi possono essere recepiti come meno minacciosi perché modificabili. Con lo sviluppo le proiezioni provocano una sempre minore confusione tra gli elementi coinvolti nel meccanismo: l’attribuzione di parti di sé all’oggetto indica piuttosto la necessità di allontanarsi da ciò che si vuole rifiutare. La proiezione porta ad una distorsione interpretativa della realtà, non tanto ad una distorsione percettiva, in quanto il significato viene attribuito in base ai bisogni interni e alle convinzioni personali.

Per ciò che concerne l’identificazione proiettiva Meissner considera più appropriato tornare al senso proposto dalla Klein, cioè all’ idea di un meccanismo intrapsichico che opera come processo psicotico: il sé, dopo aver proiettato ed essersi identificato con l’oggetto modificato, perde il senso di esistere in senso autonomo e differenziato. L’autore ritiene che il meccanismo difensivo esprima la propria componente psicotica attraverso  gli aspetti di dispersione dell’identità e perdita della differenziazione dei confini. La confusione non è solo attribuita alla fantasia di incorporazione orale, ma anche alla fantasia di penetrare nell’oggetto. “Nell’identificazione proiettiva parti di sé entrano onnipotentemente nell’oggetto per assumere certe proprietà percepite come desiderabili” e ciò porta ad una confusione tra realtà e fantasia , come si osserva nella schizofrenia.

Zinner e Shapiro sottolineano che il meccanismo psichico  descrive l’intreccio tra le dinamiche individuali e l’interazione sociale. In particolare, esso ha l’effetto di modificare la percezione dell’oggetto e di modificare l’immagine del sé. Queste trasformazioni possono influenzare notevolmente il comportamento verso l’oggetto.

Un esempio clinico mostra l’interazione tra processi introiettivi e proiettivi. Un giovane di quasi 30 anni presenta una struttura di personalità borderline con organizzazione paranoide. Il giovane soffre di idee di attribuzione e di persecuzione: immagina che le persone intorno lo guardino male e lo considerino una nullità, disprezzandolo e desiderando anche di ucciderlo. È assalito dalla paura di essere improvvisamente aggredito dagli sconosciuti  e questo terrore è tanto forte da costringerlo a scappare per difendersi. L’analista considera queste esperienze come l’espressione della proiezioni di impulsi aggressivi irrisolti e distruttivi. In altri momenti della terapia esprime un profondo disprezzo per le persone che incontra per strada e fantastica di possedere un’arma per sparare sulla folla. Odia le istituzioni e le grandi società aziendali (il padre aveva un ruolo dirigenziale all’interno di una di queste) e immagina di scagliare bombe all’interno di grandi edifici. Il caso mostra l’uso dell’introiezione e della proiezione, nonché di una dialettica  tra l’introietto aggressore e l’introietto vittima. Chi subisce gli attacchi violenti nella fantasia diviene rappresentante della vulnerabilità del paziente. Questa dialettica si manifesta anche rispetto alle problematiche narcisistiche: l’inferiorità narcisistica riguarda la considerazione di sé e si accompagna alla proiezione della superiorità nell’altro. L’inferiorità viene espressa dal senso di vergogna e indegnità, mentre il disprezzo esprime il senso di superiorità.

Un altro psicoanalista che partecipa al dibattito è Otto Kernberg. Egli sottolinea quanto  il concetto abbia acquisito  sfumature diverse e molto lontane dalla definizione originaria. Egli considera invece l’identificazione proiettiva una difesa primitiva che comporta la proiezione sull’ oggetto di aspetti intollerabili dell’esperienza intrapsichica,  il mantenimento dell’empatia da parte del soggetto con le parti proiettate,  il tentativo di controllare l’oggetto in riferimento a contenuti intollerabili, l’introduzione nella vita inconscia dell’oggetto di aspetti proiettati durante l’interazione.

La proiezione, in quando meccanismo più maturo, riguarda strutture dell’Io centrate sulla rimozione, mentre l’identificazione proiettiva si basa su strutture dell’Io centrate sulla scissione.

Nella proiezione, quindi, dobbiamo considerare che  prima avviene la rimozione (mantenimento nell’inconscio di rappresentazioni) di un’esperienza intollerabile; poi, quando la rimozione fallisce,  c’ è la proiezione sull’oggetto, con mancanza di empatia con ciò che viene proiettato e con l’allontanamento dall’oggetto come difesa. Questo meccanismo non implicherebbe , a differenza dell’identificazione proiettiva, induzione nell’oggetto dell’esperienza psichica rifiutata. Per quanto concerne il tema dei confini tra il sé e l’oggetto l’autore non condivide l’idea che la difesa primitiva, l’identificazione proiettiva, sia sinonimo di funzionamento psicotico, ma che possa realizzarsi anche in soggetti che vivono relazioni oggettuali psicotiche. Il controllo onnipotente fantasticato può rappresentare nel soggetto psicotico il tentativo di differenziare il sé dall’oggetto e può essere un supporto per comprendere se l’aggressività sia di origine interna o esterna. Nei pazienti borderline che mostrano di differenziare tra sé e l’esterno e che subiscono gli influssi della dissociazione degli stati dell’Io in “completamente buoni o completamente cattivi”, il meccanismo sembra, invece, smorzare gli effetti della differenziazione sé-oggetto, favorendo uno scambio reciproco.

Per ciò che concerne la relazione tra identificazione proiettiva e sviluppo psichico/pensiero simbolico , l’autore ritiene che il meccanismo necessiti per essere operante per lo meno di una “consapevolezza riflessiva del sé di uno stato soggettivo”, successiva alla fase di “consapevolezza dell’esperienza affettiva senza alcun senso di sé”. Il soggetto deve presentare la facoltà di  riconoscere la qualità di uno stato soggettivo per poterlo espellere. La proiezione, invece, per potersi realizzare deve appoggiarsi su una differenziazione tra rappresentazioni e su un senso di continuità del sé. L’organizzazione borderline implica che i confini tra sé e oggetto siano delineati, ma non ancora integrati, quindi non ci sono le condizioni perché si realizzi la rimozione. L’identificazione proiettiva potrebbe essere intesa come il tentativo dell’infante di differenziare tra le rappresentazioni nel caso di esperienze affettive negative. I processi di differenziazione tra sé e oggetto e la formazione dei confini dell’Io contribuiscono all’affermarsi del principio di realtà, che favorisce la trasformazione dell’identificazione proiettiva in proiezione. L’identificazione proiettiva, secondo l’autore, svolge una funzione protettiva del soggetto in relazione a condizioni spiacevoli, perché è possibile attribuire all’esterno  ciò che è stato rifiutato dall’autocoscienza. L’identificazione proiettiva  riguarderebbe situazioni caratterizzate da affetti negativi, mentre l’empatia riguarderebbe esperienze positive che favoriscono l’introiezione. Kerberg ipotizza che in condizioni particolarmente piacevoli l’empatia possa precedere lo sviluppo del sé “categoriale”. L’introiezione dell’oggetto porterà alla formazione della rappresentazione intrapsichica corrispondente e ciò è da ricollegare all’identificazione introiettiva, alla base dell’intersoggettività. L’identificazione proiettiva, al contrario, pur poggiando su una sorta di empatia primitiva cerca di dissociare gli elementi proiettati dall’esperienza  di sé.

È possibile trarre degli spunti di riflessione dalla esemplificazione clinica proposta dall’autore. Il caso riguarda una donna che soffre di un disturbo di personalità narcisistico con funzionamento borderline e che ricorre al meccanismo dell’identificazione proiettiva. La donna , che aveva meno di trenta anni, presentava mancanza di controllo degli impulsi, mancanza di sopportazione dell’angoscia e di capacità di sublimazione,  manifestava gravi reazioni depressive con tendenze suicide per le quali era soggetta a ricoveri frequenti. Alternava periodi di grandiosità a periodi in cui soffriva di forti sensi di inferiorità. Si infatuava frequentemente e di uomini non disponibili. La madre era una persona autoritaria che aveva stabilito con la figlia un rapporto strumentale, di soddisfazione personale, senza mai esprimere un sincero interesse per la bambina. Il padre, attraente e con una carriera brillante, era morto quando la ragazza era adolescente. All’improvviso nel corso del ricovero la giovane dichiarò di voler interrompere la terapia e di voler abbandonare la città di origine. Fece commenti sulla professionalità dell’analista, lo accusò di  scarsa profondità e competenza. L’analista cominciò a provare sentimenti di inutilità e abbattimento. Provò il desiderio di rinunciare alla terapia e la sensazione di non essere in grado di riflettere con efficacia. Alla fine del percorso l’analista si accorse di essere entrato a far parte della schiera di uomini svalutati o alternativamente idealizzati. All’inizio della terapia la paziente aveva pensato che il terapeuta non volesse prenderla in carico e che avesse un atteggiamento sprezzante verso i pazienti. Ora invece la giovane donna lo svalutava, come atteggiamento di rivalsa contro l’atteggiamento di superiorità del terapeuta fantasticato in un primo momento. L’analista provò ciò che aveva  inizialmente sofferto la paziente stessa sentendosi svalutata. L’atteggiamento di superiorità della donna ricordava la svalutazione continua a cui veniva sottoposta dalla madre nella adolescenza. La paziente quindi si era  identificata con la superiorità materna , proiettando sull’analista gli aspetti svalutati del sé.

In questo caso compaiono i vari aspetti dell’identificazione proiettiva: la proiezione di un aspetto intollerabile di sé; l’induzione nel comportamento dell’altro dell’atteggiamento interno corrispondente; il controllo esercitato sull’analista attraverso l’atteggiamento denigratorio che imprigiona l’oggetto; la potenziale capacità di provare empatia con ciò che è stato proiettato (che corrisponde alla rappresentazione di sé).

Una prospettiva che trovo personalmente molto stimolante è quella proposta da Moses in Proiezione, identificazione e identificazione proiettiva circa l’identificazione proiettiva all’interno dei gruppi, che spinge la riflessione verso il sociale e la politica. La dimensione gruppale può portare alla luce caratteristiche personali che nel rapporto individuale non traspaiono. Infatti l’autore parlando di un gruppo terapeutico afferma che “nel gruppo tali sentimenti (di aggressività) ricevevano un sostegno inconscio dai membri del gruppo e dal clima che vi regnava”. Il soggetto funziona quindi da portavoce dell’  aggressività scissa e proiettata.  Successivamente, “con il sostegno degli altri membri del gruppo, egli poteva ora esercitare in maniera diversa un controllo sui propri sentimenti aggressivi”. Questo ragionamento  può essere esteso ad una più ampia dimensione sociale. I politici divengono anche in modo  inconsapevole i contenitori di proiezioni difficilmente tollerabili dalla comunità. I “seguaci” delegano al leader la funzione di giudicare, valutare la realtà e i comportamenti, in propria vece. “Il contenuto (proiettato) potrebbe essere accettato dal leader nella sua forma primitiva, per analogia con il materiale proiettato dal neonato. Può essere perciò restituito o rispecchiato sugli elettori in forma moderata e più accettabile, meno minacciosa, meno cruda e arcaica. Questo accadrebbe con un leader moderato, il corrispettivo di una buona madre”  che contribuirebbe così al formarsi di un  “sistema sociale più moderato, maturo, flessibile e permissivo” mentre  “… il leader estremista, rigido, non solo non sarebbe in grado di attenuare tali proiezioni, ma prospererebbe su di esse. Le utilizzerebbe per esasperare una situazione conflittuale, per polarizzare gli atteggiamenti e per drammatizzare le situazioni in modo demagogico”.

 

Bibliografia

Mc Williams N.,  La diagnosi psicoanalitica, Ed. Astrolabio, Roma 1999

Migone P., L’ identificazione proiettiva,  Il ruolo terapeutico, 1988

Ogden T. H.,  L’  identificazione proiettiva e la tecnica psicoterapeutica, Ed. Astrolabio, Roma 1994

Rapisarda F.,  L’identificazione proiettiva nella prospettiva della psicoanalisi contemporanea, n. 1  Ricerca psicoanalitica, 2010

Sandler J.! Proiezione, identificazione e identificazione proiettiva, Ed. Bollati Boringhieri, Torino 1988

Winnicott D. H., Gioco e realtà, Armando Editore, Roma 1990

Sandler J. Proiezione, identificazione e identificazione proiettiva ed. Bollati Boringhieri, Torino 1988

 

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1 comment to Giovanna Canziani – Identificazione proiettiva: tra intrapsichico e interpersonale

  • Veronica

    Salve,sono una ragazza con dignosi di DPB con tratti schizoidi,in terapia da circa 4 anni;stavo cercando qlc riguardo all’identificazione proiettiva,perchè ho avuto una “lampadina”rispetto alla percezione di ciò che accade quando scatta sto meccanismo..
    Ma credo che alla fine,non ci sia nulla di più chiaro della immaginazione funzionale all’intuizione,e penso di aver capito su me stessa cosa accade.In pratica da un po’ avverto più coscientemente il mio “occhio esterno”e ho capito che è il super-io,conoscendo abbastanza la materia;quindi il motivo per cui si crea angoscia da intrusione a livelo egoico,sommata al ribaltamento dela scissione oggettuale buono/cattivo è il fatto per cui quando “torno dentro a me stessa”(re-introiezione),rimuovo sia le mie differenze dall’altra persona che la colpa di queste differenze,chi ne ha la responsabilità insomma..ma nn rimuovo ciò rispetto all’altra persona.Il risultato finale è che solo l’altra persona ad essere diversa da me(frustrazione)e che la colpa è sua.
    E’ molto stancante avere ste lampadine,ma penso che sia un buon passo..sono anche riuscita a fare uno schizzo della cosa:)

    Non mi consola granchè al momento visto come sto rispetto sia ai miei che alla persona che vedo soprattutto…però direi che mi sento abbstanza “allibita”dall’aver immaginato questa cosa…stupita insomma…

    Molto interessante anche il discorso sui gruppi sociali..potrei fare molti esempi di persone che conosco,di questo tipo…

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