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Manuela d’Ostilio, Claudia Forlani – Identificazione proiettiva: la prospettiva kleiniana e post-kleiniana

Sabato 20 novembre 2010

Manuela d’ Ostilio, Claudia Forlani
Identificazione proiettiva : la prospettiva kleiniana e post-kleiniana

 

Agli inizi della psicoanalisi, soprattutto per influsso di Karl Abraham, si manifestò una tendenza a descrivere i processi di interiorizzazione e di esteriorizzazione in termini estremamente concreti, come se si trattasse di un “prendere dentro” o “mettere all’interno di un’altra persona”. Tale tendenza si è mantenuta in certe correnti psicoanalitiche, in particolar modo quelle influenzate dall’opera di M. Klein e di W. Bion.


Proiezione

Freud considera la proiezione, in senso lato, come la tendenza a ricercare una causa esterna, piuttosto che una interna, a certi eventi psichici, come è già evidente nella Minuta H (Freud S., 1895), dove, parlando della paranoia della paziente, afferma che lo scopo della malattia è “respingere una rappresentazione incompatibile con l’Io, mediante una proiezione del suo contenuto all’esterno”. Qui Freud parla della proiezione come di una “trasposizione” e osserva che nella paranoia si fa  un “cattivo uso di un meccanismo psichico, comunemente impiegato nella  vita normale”. E continua: “Ogni qual volta si verifica un cambiamento interno, abbiamo la possibilità di scegliere se attribuirlo ad una causa interna o esterna. Se qualcosa ci trattiene dall’accettare l’origine interna, noi naturalmente ci aggrappiamo ad una esterna” (Freud S., 1895).

 

Lo sviluppo del concetto di proiezione ha avuto luogo secondo due direttrici fondamentali.

Da un lato, gli psicoanalisti hanno sottolineato la sua qualità di meccanismo di difesa (Freud A., 1936). Nella sua forma più semplice, la proiezione consisterebbe nell’attribuire alla rappresentazione di un oggetto un aspetto indesiderato della propria rappresentazione del Sé.

La seconda linea di sviluppo è quella elaborata da Ferenczi e successivamente da M. Klein e dai suoi seguaci. Ferenczi sostiene che la proiezione, che egli chiama “proiezione primaria”, ha una parte in quello che possiamo chiamare processo di differenziazione del Sé infantile dal mondo esterno; le diverse forme di proiezione comportano lo spostamento di un contenuto psichico dalla rappresentazione del Sé alla rappresentazione di un aspetto del mondo “non me” (Ferenczi, 1909). Secondo Ferenczi, non è una condizione necessaria che venga proiettato un impulso indesiderato.

Sulla scia delle idee di Ferenczi, M. Klein (1930, 1931) svilupperà al massimo la concezione della proiezione come meccanismo mediante il quale l’Io, fin dalle primissime fasi di vita, espelle nel mondo esterno i propri impulsi sadici. Secondo la Klein esiste una stretta relazione tra la proiezione e le fantasie anali di espulsione, in armonia con l’intimo nesso che quest’autrice ha sempre stabilito tra processi psichici e fantasie. In pratica, la proiezione viene fatta coincidere con una fantasia di espulsione di feci velenose nella madre o nel suo seno.

 

Tre questioni a questo punto rimanevano dibattute: 1) l’ attribuzione o meno della “qualità riflessiva” a tale meccanismo; 2) la necessità o meno dell’esistenza di un confine fra il Sé e l’oggetto affinché la proiezione possa avere luogo: 3) il modo in cui la proiezione influenza l’oggetto in cui essa ha luogo.

Identificazione

Freud usò il termine “identificazione” in alcune delle sue primissime lettere a Fliess e, poco dopo, nell’ ”Interpretazione dei sogni” (Freud S., 1899). Egli usò questo termine in due sensi del tutto diversi. Parlò dell’identificazione isterica, per cui il sintomo si forma sulla base di un’identificazione con un aspetto di un’altra persona, e parlò di identificazione nei sogni, riferendosi al fenomeno per cui due persone che hanno fra loro qualche elemento in comune appaiono come un’unica figura nel contenuto manifesto del sogno.

Secondo un’ altra linea di significato, riconobbe l’identificazione come un importante processo evolutivo e, seguendo il suggerimento di Abraham (1924), la ricollegò all’impulso orale di incorporazione e alla controparte psichica di questo impulso orale, cioè all’introiezione. Da questo secondo punto di vista,  Freud considerò  l’identificazione come una tappa fondamentale dello sviluppo, che entra in gioco al momento della risoluzione del complesso edipico.

L’identificazione non è però differenziata da altre forme di interiorizzazione e non viene distinta l’identificazione che contribuisce allo sviluppo dell’Io dalle identificazioni che portano alla formazione del Super-Io.

Da Freud viene considerata, pertanto, sia un meccanismo di difesa, sia un normale processo evolutivo.

 

Dopo Freud, si è scritto molto sull’identificazione; essa ha continuato ad esser considerata tanto un normale processo evolutivo, quanto un meccanismo di difesa. Alcune teorizzazioni danno particolare importanza alle tendenze molto precoci di natura pulsionale orale, altre mettono l’accento sui processi che presuppongono l’esistenza di una rappresentazione del Sé già consolidata.

Sandler (1960), parla di identificazione primaria, indicando con questo termine lo stato che esiste prima del costituirsi di uno stabile confine tra le rappresentazioni del Sé e dell’oggetto. Si è parlato, a questo riguardo, di uno stato di identità o di confusione primaria. [In rapporto alla patologia, si è parlato dell’identificazione primaria come di una regressione in cui si verifica una “de-differenziazione” del Sé e sono perduti i “confini del’Io” o del Sé. Ciò si riscontra perlopiù in gravi stati psicotici. Stati di momentanea identificazione primaria sono descritti come fenomeno normale, analogo a quella che Weiss (1960) ha chiamato “identificazione per risonanza”, che può essere considerata uno dei fondamenti dell’empatia.

Sulla base invece di una identificazione secondaria (Sandler, 1960), il soggetto incorpora nella propria rappresentazione del Sé attributi, reali o fantasticati, dell’oggetto. In questa accezione, l’identificazione può essere considerata come il mezzo attraverso cui si realizza il cosiddetto narcisismo secondario, che consiste nel fatto che l’ammirazione, l’amore e la stima per l’oggetto vengono trasferiti sul proprio Sé.

Per descrivere questo processo, si è spesso usata l’espressione “incorporare l’oggetto nell’Io”. Nel lessico kleiniano essa è l’identificazione introiettiva (Klein, 1946).

 

Sono stati descritti molti tipi di identificazione: es. identificazione con l’aggressore (Freud A., 1936);  identificazioni concordanti e complementari (Racker, 1957); identificazione adesiva (Bick, 1968).

Identificazione proiettiva

Il concetto di identificazione proiettiva ha un suo sviluppo attraverso fasi concettualmente definite, anche se in parte esse si sovrappongono.

Il termine identificazione proiettiva è elastico e  toglie plausibilità a ogni definizione precisa. Contiene in sé un’idea a cui un considerevole numero di analisti ha attribuito un valore sostanziale. Il senso originario del termine, come proposto dalla Klein (1946) è di un meccanismo intrapsichico che opera come parte di un processo (psicotico), in cui il Sé (o parte del Sé) è proiettato nell’oggetto e viene ad identificarsi con l’oggetto così modificato. Il Sé perde il proprio modo di esistere come autonomo e separato.

Melanie Klein concepisce originariamente il concetto come meccanismo evacuativo. E’ il meccanismo mentale mediante cui il Sé esperisce la fantasia inconscia di scindere le proprie parti cattive, insieme con gli escrementi cattivi, e di traslocarle dentro un oggetto (la madre o il suo seno), in modo tale che essa diventa il Sé cattivo. M. Klein pensava che anche le parti buone del Sé vengano proiettate, e che questo porti al rafforzamento dell’Io e delle relazioni oggettuali, a meno che questo processo non venga portato all’eccesso.

Bion amplia l’idea kleiniana, sulla base della metafora del contenitore-contenuto, affermando che essa ha un ruolo fondamentale sia come processo difensivo sia come processo di comunicazione. L’Identificazione proiettiva consente la comunicazione di esperienze che non hanno ancora avuto accesso al pensiero, come avviene nella relazione primaria tra il bambino e la madre (Bion, 1962a; Bion 1962b).

Melanie Klein

Melanie Klein propone il concetto di identificazione proiettiva nel 1496, nel suo saggio “Note su alcuni meccanismi schizoidi”, descrivendo la posizione schizoparanoide. Con questo termine veniva definita la primissima fase della vita del bambino, caratterizzata da un’intensa angoscia di tipo persecutorio e da uno stato di scissione che riguarda l’Io e i suoi oggetti. Parla anche precedentemente delle fantasie del bambino di “entrare dentro” la madre (Klein, 1932), ma, in questo scritto, collega tale processo alla identificazione proiettiva.

Secondo la Klein (1946), l’Io immaturo del lattante sperimenta fin dalla nascita il conflitto fra l’istinto di vita e l’istinto di morte. Tale conflitto genera angoscia, vissuta come paura di essere avvelenati, divorati, annientati e quindi come terrore di annichilimento. L’esigenza vitale di far fronte all’angoscia costringe l’Io primitivo, ancora scarsamente organizzato, a sviluppare meccanismi di difesa necessari ad evitare la disintegrazione. Il primo oggetto, il seno materno, viene scisso dal lattante in seno buono, soddisfacitorio, e seno cattivo, frustrante. La scissione dell’oggetto consente la disgiunzione delle esperienze di calore, affetto, nutrimento dalle esperienze legate alla frustrazione dei bisogni. Ha quindi come risultato la separazione dei sentimenti di odio e di amore, e consente all’Io di emergere dal caos e di mettere ordine nelle sue esperienze.

Accanto a una scissione dell’oggetto, avviene una scissione dell’Io. Attraverso la proiezione, la parte di sé che contiene l’istinto di morte viene “deviata” all’esterno e fissata sul primo oggetto, il seno materno, che verrà quindi sentito contenere una gran parte dell’istinto di morte. Il seno sarà sentito come cattivo e minaccioso e darà luogo a sentimenti di persecuzione. L’angoscia conseguente all’entrata in azione dell’istinto di morte – la paura dell’annientamento – diviene così paura del persecutore.

Accanto alla proiezione, che aiuta l’Io a superare l’angoscia liberandosi di ciò che è cattivo, pericoloso e malvagio, l’Io si avvale dell’introiezione dell’oggetto buono al fine di custodire dentro di sé le parti buone.

Parte della pulsione distruttiva, rimasta nel Sé, viene convertita in aggressività e si rivolge sin dall’inizio all’oggetto (il seno della madre e tutto il suo corpo) vissuto come persecutore.

La pulsione aggressiva è esperita inizialmente come aggressività orale. Le fantasie aggressive sadico-orali, “cannibalesche”, si incentrano sullo svuotare il corpo della madre, depredarlo dei suoi contenuti buoni e desiderabili. La fantasia è quella di “succhiare completamente, portare via a morsi, cavare fuori e asportare i contenuti buoni del corpo materno” (Klein, 1946). Negli stati di frustrazione e di angoscia i desideri sadico-orali si intensificano e nel lattante si determina l’impressione di avere ricevuto e incorporato il capezzolo e il seno a pezzetti. Il seno frustrante, aggredito nelle fantasie sadico-orali, sarà percepito come un seno in frantumi, in contrapposizione al seno buono che sarà sentito come un seno integro, perfetto.

Quindi, le relazioni oggettuali sono plasmate fin dall’inizio dall’azione reciproca di introiezione e proiezione fra oggetti e situazioni interne e oggetti e situazioni esterne.

“Mentre la libido orale è ancora dominante, emergono altre fonti pulsionali, che portano a una confluenza di desideri, sia libidici che aggressivi, orali, uretrali e anali. Attacchi che hanno origine dalle pulsioni uretrali e anali implicano l’espulsione di sostanze pericolose dall’interno del Sé nell’interno della madre. Insieme a questi escrementi dannosi, espulsi con odio, vengono proiettati dentro la madre anche parti scisse del sè. Gli escrementi e le parti cattive del Sé non sono intesi solo come mezzi lesivi dell’oggetto, ma anche come mezzi che permettono di controllarlo e di impossessarsene” [Klein, 1946]. “Poiché, con tale proiezione, la madre viene a contenere le parti cattive del Sé, essa non è più sentita come un individuo separato, ma come un’estensione del Sé per proiezione – il Sé cattivo . Ciò determina una forma particolare di identificazione che costituisce il prototipo delle relazione oggettuali aggressive”. La Klein propone di denominare questo meccanismo “identificazione proiettiva” (M. Klein, 1946).

Si tratta di fantasie di espulsione onnipotente di parti del Sé e di sostanze corporee per controllare e prendere possesso dell’oggetto. L’oggetto allora non è più avvertito come separato.

Accanto all’istinto di morte, anche la libido è proiettata per creare un oggetto capace di conservare l’istinto vitale dell’Io. Le parti buone che vengono espulse e proiettate negli oggetti esterni assumono il significato di doni, e le parti dell’Io che sono espulse e proiettate all’esterno rappresentano il bene e le parti buone amorevoli del Sé.

L’espulsione e la proiezione delle parti buone del Sé negli oggetti esterni, i quali verranno identificati con le parti buone del sé proiettate, porta a un’identificazione di vitale importanza, in quanto essenziale per la capacità di sviluppare relazioni oggettuali positive da parte del neonato. Tuttavia, se il processo è eccessivo, il Sé sente di aver perduto le parti buone della personalità, e il risultato è un indebolimento e un impoverimento dell’Io.

Quando l’aggressività proiettata dall’infante è notevole, e predomina l’angoscia persecutoria ad essa connessa, l’introiezione può essere sentita come un insediamento violento dall’esterno  a castigo di proiezioni violente. Si determinerà la paura di essere controllato in maniera ostile, perseguitato da altre persone. Ne può conseguire un disturbo grave dell’introiezione di oggetti buoni, che può ostacolare tutte le funzioni dell’Io e la capacità di formare relazioni oggettuali. (Klein, 1946).

Successivamente, nello scritto “Sull’identificazione” (Klein, 1955), l’identificazione proiettiva viene precisata anche come fenomeno normale e viene sottolineata la sua importanza come primo gradino del neonato per differenziarsi e per relazionarsi con la madre, e quindi con il mondo esterno.

In “Invidia e Gratitudine” (Klein, 1957), M.Klein evidenzia la possibilità che l’invidia sia alla base di una identificazione proiettiva eccessiva e dunque patologica, che porta allo svuotamento del soggetto e alla confusione con l’oggetto.

In “Il nostro mondo adulto e le sue radici nell’infanzia”, la Klein chiarisce che l’identificazione proiettiva è la base della comprensione empatica, osservando che “se la proiezione è prevalentemente ostile, la vera empatia e la comprensione degli altri è diminuita” (Klein, 1959).

Wilfred Bion

Bion approfondisce il concetto di identificazione proiettiva, affermando che essa ha un ruolo fondamentale sia come meccanismo difensivo, sia nel processo di comunicazione.

Mentre nella concezione kleiniana veniva posto l’accento sulla natura espulsiva, evacuativa, del processo e sulle finalità di controllo e di danneggiamento dell’oggetto, Bion lo considera come meccanismo centrale nello sviluppo normale. L’identificazione proiettiva consente la comunicazione di esperienze che non hanno ancora avuto accesso al pensiero, come avviene nella relazione primaria tra il bambino e la madre (Bion, 1962a; 1962b). Egli amplia, pertanto, l’idea kleiniana di identificazione proiettiva, secondo la sua metafora del contenitore e del contenuto.

Partendo dal considerare il rapporto madre-bambino, Bion sostiene che solo grazie all’identificazione proiettiva la madre riesce a comprendere qualcosa di quanto il bambino le comunica inconsciamente: arriva cioè a poter provare in se stessa le emozioni del bambino.

Sin dall’inizio della vita, il bambino ha con la realtà il contatto che gli basta per comportarsi in modo da indurre nella madre sentimenti che egli non intende avere dentro di sé o che vuole che la madre provi” (Bion, 1962). In tal senso, chi riceve l’identificazione proiettiva ha il potere di entrare in empatia con l’altro.

La madre, che svolge la funzione di “contenitore”, è in grado di accogliere nella propria mente le proiezioni del bambino senza farsi travolgere, di identificarsi con ciò che viene proiettato e di elaborare e restituire al bambino tali emozioni in una forma modificata e più tollerabile, che può essere re-introiettata.

La responsività materna o réverie (“lo stato mentale aperto alla ricezione di tutti gli ‘oggetti’ provenienti dall’oggetto amato”, lo stato cioè “capace di recepire le identificazioni proiettive del bambino”) consente alla madre di dotare di significato le angosce del bambino, di attribuire un “nome” allo stato d’animo del piccolo: senza questa  funzione primaria l’angoscia si trasforma in “terrore senza nome” (Bion, 1962).

Bion descrive l’interazione “contenitore/contenuto” come un processo di trasformazione, ad opera della “funzione alfa” materna, di “elementi beta” non elaborati (emozioni dolorose non pensate, il cui unico destino è di essere evacuate) in “elementi alfa”, provvisti di significato e pensabili. La “funzione alfa” è una funzione che dota di senso l’esperienza, e la réverie è uno dei fattori della funzione alfa (Bion, 1962b).

La funzione del contenitore materno di accogliere le proiezioni, metabolizzarle, trasformarle e dotarle di significato rappresenta il processo di formazione del pensiero.

La coppia formata dal bambino e dalla madre con rêverie funziona, dunque, attraverso l’identificazione proiettiva normale del Sé infantile nel contenitore materno (Bion, 1962).

Un bambino che vive un numero sufficiente di volte le esperienze con una persona che svolge una funzione materna “contenitiva”, sarà poi in grado di mettere dentro di sé queste stesse funzioni mentali, di assorbirle a livello psichico, ossia di introiettarle, cosicché esse divengono parte della sua personalità.

Questo tipo di relazione comunicativa, basata sull’identificazione proiettiva, viene poi traslata da Bion nel rapporto analista-analizzando. Anche nella relazione terapeutica, Bion mostra come l’identificazione proiettiva possa essere usata dall’individuo come metodo di comunicazione, allorché parti non digerite dell’esperienza e del mondo interno del paziente, vengono collocate dentro l’oggetto (contenitore analista) perché possano esser capite e restituite in una forma più sopportabile e “trattabile” (Bion, 1962).

La prima descrizione esplicita di Bion dell’effetto comunicativo della proiezione dentro di lui, come analista, compare nella discussione del suo lavoro con i gruppi: “Mi sembra che l’esperienza del controtransfert abbia una caratteristica ben definita che dovrebbe permettere all’analista di distinguere situazioni in cui è oggetto di identificazione proiettiva da quelle in cui non lo è. L’analista sente di essere manipolato in modo da recitare una parte… nella fantasia di qualcun altro” (Bion, 1952).

Nella relazione di transfert il terapeuta si trova al polo ricevente delle proiezioni e quindi, se riesce a sintonizzarsi con esse, ha un’occasione unica di comprenderle e capire ciò che sta accadendo nel paziente. L’identificazione proiettiva non è di per sé un meccanismo mentale  patologico, come pensa la Klein. Come già detto, essa ha un ruolo fondamentale nel processo di sviluppo del neonato e del bambino molto piccolo, e sopravvive anche nella vita adulta come forma di comunicazione sporadica.

Bion tenta di spiegare in “Attacchi al legame” (1959) come l’utilizzo abnorme di tali processi derivi da una distorsione o da una intensificazione del rapporto infantile normale, basato sulla comunicazione non verbale fra neonato e madre. Egli descrive l’analisi di alcuni pazienti, che gli permettono di accorgersi come facciano un ricorso così insistente all’identificazione proiettiva da indurlo a pensare che si tratti di un meccanismo che non sono mai riusciti a sfruttare in maniera sufficiente nelle fasi precoci di vita, come avviene nello sviluppo normale dell’individuo. L’analisi dà loro la possibilità di esercitare questo meccanismo, di cui sembrano esser stati defraudati.

Bion,come la Klein, considera gli attacchi fantasticati contro il seno come il prototipo di tutti gli attacchi a oggetti che funzionano da legame, e l’identificazione proiettiva come il meccanismo impiegato dalla psiche per disfarsi delle parti distruttive del Sé. Gli attacchi contro questo legame vengono sentiti dal paziente come provenienti da una fonte esterna, madre o analista, che impedisce l’ingresso delle proiezioni.

Bion suppone che tali pazienti avvertano la presenza di un oggetto che vieta loro l’uso dell’identificazione proiettiva. Di conseguenza, lottano per introdursi forzatamente dentro l’analista, con disperazione e violenza crescenti, come reazione a quella che sentono una chiusura ostile.

Probabilmente, vorrebbero liberarsi delle angosce di morte, che sentono troppo potenti perché la propria personalità possa contenerle al proprio interno, cosicché sono portati a scinderle e metterle dentro il terapeuta, secondo la convinzione inconscia che saranno modificate dalla sua psiche e potranno essere re-introiettate senza pericolo. Nell’analisi cui Bion si riferisce, il paziente aveva probabilmente sentito che l’analista aveva evacuato le sue angosce così rapidamente che non solo non erano state modificate, ma erano diventate più dolorose.

Bion ipotizza che questo paziente abbia esperito nell’infanzia una madre che rispondeva doverosamente alle manifestazioni emotive del neonato. Questa risposta doverosa conteneva un elemento di impazienza del tipo: “Non so davvero cos’abbia questo bambino”. Forse, anziché comportarsi in modo meccanico, la mamma avrebbe dovuto prendere dentro di sé, e quindi sentire, oltre che il fastidio del pianto, la paura del bambino di morire. E’ questa la paura che il bambino non poteva contenere. Egli lottava per scinderla ed espellerla e per proiettarla dentro la madre. Una madre contenitore è capace di capire che il neonato è angosciato ed è in grado di vivere il sentimento del terrore, che il bambino cerca di gestire mediante l’identificazione proiettiva, conservando un sufficiente equilibrio.

I pazienti di cui Bion parla hanno dovuto affrontare, quindi, una madre che non riusciva a tollerare i loro sentimenti angosciosi e che reagiva impedendone l’ingresso, o alternativamente diventando essa stessa preda dell’angoscia.  La tendenza a un’eccessiva identificazione proiettiva, quando predominano le pulsioni di morte, viene così rinforzata (Bion, 1959).

Nell’instaurazione di tali dinamiche patologiche, bisogna anche considerare il ruolo che rivestono le caratteristiche innate del paziente, vale a dire l’aggressività e l’invidia primarie (Bion, 1959).

In “La differenziazione tra personalità psicotica e non psicotica” (1957), Bion afferma che il danno al processo comunicativo ha avuto inizio durante la posizione schizo-paranoide del neonato, quando si dovrebbero porre le basi del pensiero primitivo. Ciò non avviene a causa dell’iperattività della scissione e dell’identificazione proiettiva (Bion, 1957).

La persistenza della posizione schizo-paranoide è all’origine dello sviluppo delle psicosi infantili e adulte. Negli psicotici, l’identificazione proiettiva è  massiccia; questo è l’unico modo di relazionarsi con l’altro: “comunicare al meglio, sbarazzandosi del peggio” (Rosenfeld, 1973).

Nel mese precedente la pausa natalizia, e dopo una separazione estiva catastrofica per la sua paziente, una ragazza bulimica, la terapeuta comprese di sperimentare un’identificazione proiettiva con un oggetto interno alla paziente. In prossimità della separazione, Laura parlava della sua solitudine e della sua disperazione per non avere una propria famiglia o una vita amorosa. La terapeuta si trovò a darle consigli e suggerimenti per incrementare la sua socialità e diminuire la percezione del suo vuoto interiore, come se, in quei momenti, non fosse possibile restare in contatto con la paziente e col proprio sé pensante, ma fosse spinta a recitare la parte di una figura consolatrice, che spinge all’azione. Parlarono delle possibili attività che avrebbero potuto interessarla, come fare yoga, volontariato, attività sportive, etc. Eppure Laura precipitava in uno stato di sempre maggiore sconforto, anziché trovare sollievo; a parole, invece, affermava che ora, grazie alla terapia, tutto andava bene. Parlando col supervisore, la terapeuta si rese conto che Laura tentava di invaderla con la sua disperazione, mentre nello stesso tempo cercava di rassicurare la terapeuta e se stessa che tutto andava bene, che la terapia stava procedendo in modo soddisfacente e che si poteva trovare una soluzione pratica alla sua angoscia. In tal modo non stava proiettando sulla terapeuta solo il vuoto e la disperazione, ma anche le sue difese e la sua falsa rassicurazione. Probabilmente era presente anche l’identificazione proiettiva di una figura interna, una figura materna, sentita come debole, assente e incapace di sopportare le emozioni, piuttosto orientata sul fare-pulire incessante, anziché sul pensare.

Nel transfert, questa figura incapace di comprendere e di contenere veniva proiettata dentro la terapeuta, che si trovava ad assumere quel ruolo e ad agire la disperazione e la passività, esortandola a riempire il suo tempo con qualcosa. Stava espellendo questi sentimenti, anziché contenerli. In effetti, Laura ricominciò ad abbuffarsi e a vomitare e mai iniziò realmente una delle attività di cui avevano parlato, finché non emersero la disperazione e il senso di vuoto che la paziente sperimentava al momento delle separazioni, che la spingevano ad odiare la terapeuta, che aveva una vita autonoma e privata, e a temere una guarigione definitiva, per paura di una separazione definitiva.

Sviluppi post-kleiniani

Quando si prendono in considerazione gli sviluppi post-kleiniani appare evidente che la maggior parte degli autori riconosce, in qualche misura, il carattere fondamentalmente psicotico dell’utilizzo massiccio dell’identificazione proiettiva, nonché gli aspetti di frammentazione del Sé, di diffusione dell’identità e perdita della differenziazione Sé-oggetto che questo comporta.

Molti analisti danno risalto all’identificazione proiettiva nell’ambito della relazione terapeutica e ritengono che utilizzare questo concetto sia clinicamente utile. Daremo un estratto del contributo offerto da questi autori.

La questione che più frequentemente viene sollevata riguarda l’esistenza di una differenza tra proiezione e identificazione proiettiva.

La Klein sembra concepire la proiezione come meccanismo mentale e l’identificazione proiettiva come la particolare fantasia che corrisponde a questo meccanismo. In tal modo, viene data maggiore profondità e significatività al concetto freudiano di proiezione, sottolineando che non si può avere la fantasia di proiettare degli impulsi senza proiettare parti del sé, il che comporta una scissione e, inoltre, il fatto che gli impulsi e le parti del Sé non svaniscano quando vengono proiettati, ma siano sentiti entrare dentro un oggetto.

Inconsciamente o consciamente l’individuo così mantiene una sorta di contatto con gli aspetti proiettati del Sé (Klein, 1946).

Gli analisti statunitensi a lungo hanno riflettuto sulla differenza tra proiezione e identificazione proiettiva (Grotstein, 1981; Ogden, 1982; Meissner, 1980). La tendenza più diffusa in questo dibattito è quella di distinguere tra proiezione e identificazione proiettiva a seconda che colui che riceve la proiezione sia o no influenzato emotivamente dalla fantasia inconscia di chi proietta.

Bion mostra che, in molti casi, la persona che proietta agisce in modo tale da provocare nell’analista (e, in genere in chi riceve la proiezione) sentimenti appropriati alla fantasia di chi proietta e, talvolta, il ricevente si sente spinto a mettere in atto tali sentimenti (Bion, 1959).

Il punto di vista britannico è che sia meglio mantenere una concezione  abbastanza ampia in modo da includere sia i casi in cui il ricevente è influenzato emotivamente sia quelli cui non lo è.

Potrebbe comunque essere utile avere aggettivi specifici per descrivere i vari sottotipi di identificazione proiettiva.

 

 Le forme dell’  identificazione proiettiva

E’ possibile distinguere diversi modi di identificazione proiettiva corrispondenti a diversi scopi, già individuati dalla Klein (1946): ad esempio, scindere ed espellere parti indesiderate del sé che causano angoscia o dolore; proiettare il sé o parti di esso dentro un oggetto per dominarlo e controllarlo, o per proteggerle, così da evitare qualsiasi sensazione di esser separato; penetrare dentro un oggetto per impossessarsi delle sue capacità e farle proprie; invadere l’oggetto per danneggiarlo o distruggerlo.

Quando l’identificazione proiettiva ha lo scopo di acquisire qualità di un oggetto avviene il fenomeno “io sono te”, cioè l’identità o le caratteristiche di un’altra persona sono attribuiti al sé. Più onnipotentemente ciò avviene, più delirante sarà il risultato. Può anche accadere che l’identificazione proiettiva tenda ad attribuire un aspetto del sé ad un’altra persona, secondo la formula del “tu sei me”(Britton, 2006).

È Elizabeth B. Spillius a coniare il termine di identificazione proiettiva evocatoria, per descrivere quella forma attributiva che produce nel ricevente sentimenti consoni alla fantasia di chi proietta (Spillius, 1995).

Joseph Sandler introduce il termine di identificazione proiettiva attualizzata, per descrivere una modalità di identificazione proiettiva che si realizza nel “qui ed ora” terapeutico. Nella relazione terapeutica, il paziente cerca di “attualizzare” le fantasie inconsce che contengono il desiderio di traslazione, cerca di renderle reali, di viverle nella realtà, di solito in modo mascherato o simbolico. Esse contengono una rappresentazione del Sé e una rappresentazione dell’oggetto ed anche una rappresentazione della loro interazione. La risposta più o meno inconsciamente immaginata o desiderata dell’oggetto viene ad essere parte integrante della fantasia di desiderio, tanto quanto l’attività del soggetto. Nell’analista viene evocata una risposta che rispecchia, in un certo senso, il ruolo dell’oggetto nell’attuale fantasia del paziente (Sandler, trad. it. 1988).

Racker parla di identificazione proiettiva concordante o complementare, nella relazione di transfert (Racker, 1968), individuando un rapporto specifico tra il controtransfert dell’analista e l’identificazione proiettiva del paziente. La controtraslazione secondo l’identificazione concordante avviene quando l’analista si identifica con la rappresentazione del Sé, presente in quel momento nella fantasia del paziente. La controtraslazione secondo l’identificazione complementare avviene quando l’analista si identifica con la rappresentazione oggettuale presente nella fantasia di traslazione del paziente.

 

Vediamo un esempio di controtransfert secondo un’ identificazione concordante.

Gianna Williams ha descritto il lavoro terapeutico con un suo paziente di 14 anni, Martin, che presentava un comportamento aggressivo e notevoli difficoltà dell’apprendimento (Williams, 1997). Il ragazzo aveva un passato di profonde deprivazioni; era stato affidato a diversi istituti fin dall’età di due mesi, e l’affido a una coppia era fallito dopo dieci anni, a causa dei severi problemi comportamentali presentati dal ragazzo. Viene descritto l’operare dell’ identificazione proiettiva da parte del paziente in alcune sedute, in cui la terapeuta avvertiva la difficoltà a stabilire un contatto emotivo. Martin sembrava costantemente privo di sentimenti. Durante le sedute indossava un giaccone a vento con il cappuccio bordato di pelliccia (un parka), calava il cappuccio sulla testa e pettinava la folta pelliccia intorno al cappuccio. Sembrava “parcheggiato dentro la pelle di qualcun altro”. I tentativi della terapeuta di raggiungere Martin avevano come risposta frasi del tipo: “Si, che cosa volevi dire?”, “Non ho tempo per le tue sciocchezze”, “Tu parli al muro”. Il tono della voce era freddo, sprezzante, duro. La terapeuta sentiva che era davvero come parlare al muro, e comprese che questo era l’aspetto più importante della comunicazione di Martin. “Doveva mettermi nella posizione del bambino che cerca di entrare in contatto con qualcuno che non ha tempo di starlo ad ascoltare”, una madre dura e distante, troppo egoista per prendersi cura di un bambino piccolo.  L’atteggiamento irraggiungibile del ragazzo aveva lo scopo di scindere e proiettare in qualcun altro sia i sentimenti che non era in grado di tollerare, sia la parte bisognosa di se stesso che voleva ripudiare. Si identificava dunque nell’ “oggetto impervio”, sentendosi un tutt’uno con esso e avendone in tal modo il controllo.

Herbert Rosenfeld

Rosenfeld considera l’identificazione proiettiva come il meccanismo che è alla base della forma più primitiva di relazione oggettuale e descrive il suo operare nel paziente psicotico. La fusione tra il Sé e l’oggetto, e la confusione che ne deriva, non viene attribuita solo alle fantasie di incorporazione orale, come aspetto dell’identificazione introiettiva, ma anche agli impulsi e alle fantasie di penetrare nell’oggetto con l’intero Sé o una parte di esso, come nell’identificazione proiettiva.

La confusione tra Sé e oggetto è precisamente il risultato dell’operare massiccio dell’identificazione proiettiva ed è causa della mancanza di identità.

Nel suo saggio Sulla psicopatologia del narcisismo (1964), sottolinea che l’identificazione proiettiva è parte di un primissimo rapporto narcisistico con la madre, in cui il riconoscimento della separatezza tra il Sé e l’oggetto è sottoposto a diniego.

Le identificazioni introiettive e proiettive massicce del paziente adulto dipendono dalla fissazione del paziente ai primissimi stadi narcisistici e dalla profondità della regressione narcisistica.

La consapevolezza della separazione porterebbe a sentimenti di dipendenza dall’oggetto e quindi all’angoscia. Inoltre, la dipendenza stimola invidia nella misura in cui viene riconosciuta la bontà dell’oggetto. I rapporti oggettuali di tipo narcisistico e onnipotente, in particolare quelli realizzati attraverso l’identificazione proiettiva onnipotente, permettono di sfuggire tanto ai sentimenti aggressivi provocati dalla frustrazione, quanto alla presa di coscienza dell’invidia (Rosenfeld, 1964).

Rosenfeld distingue due tipi di identificazione proiettiva, quella usata per comunicare con gli oggetti, che sembra essere una distorsione del rapporto infantile normale madre-neonato, e quella usata per denegare la realtà psichica e liberare il Sé dalle parti disturbanti e non volute. Il paziente psicotico che proietta prevalentemente con lo scopo di comunicare è ricettivo alla comprensione dell’analista, così è essenziale che la comunicazione venga riconosciuta e interpretata.

Un altro tipo di paziente vuole soprattutto che l’analista lasci indisturbati i processi evacuativi e il diniego dei suoi problemi, così spesso reagisce alle interpretazioni con violento risentimento poiché le vive come critiche disturbanti o terrificanti, in quanto crede che l’analista voglia ricacciargli dentro il contenuto mentale insopportabile e privo di significato che ha rifiutato (Rosenfeld, 1971).

Entrambi i processi di comunicazione e di evacuazione possono esistere contemporaneamente o alternativamente.

Donald Meltzer

Ulteriori contributi sono stati introdotti da Donald Meltzer con il concetto di identificazione proiettiva intrusiva (Meltzer, 1992). L’identificazione intrusiva sottende la fantasia inconscia del bambino di intrudere all’interno dell’oggetto al fine di possedere, manipolare e controllare l’oggetto.

L’identificazione proiettiva intrusiva consiste nella fantasia di penetrazione all’interno dell’oggetto (il corpo materno, in analisi lo psicoanalista), che viene attuata attraverso tutti gli orifizi disponibili. La natura violenta dell’identificazione intrusiva determina la distruzione del contenitore, luogo della funzione alfa materna, che si trasforma in claustrum (Meltzer, 1992). Il claustrum è un contenitore rigido, privo di elasticità; è una prigione rigida in cui si penetra attivamente o in cui si viene passivamente risucchiati e intrappolati. È un mondo cupo, claustrofobico, al cui in interno gli oggetti sono confusi, mescolati. In questa forma di identificazione proiettiva viene perso ogni aspetto di comunicazione, poiché la fantasia inconscia è quella di fusione con l’oggetto.

Sapendo che l’identificazione proiettiva è alla base della capacità di sviluppare emozioni e pensieri, in molti si chiedono: che cosa succede quando il recettore fallisce? Cosa succede se dall’altra parte non c’è una mente che abbia “spazio”, disponibilità ad accogliere le identificazione proiettive del bambino o del paziente? A questa domanda rispondono analisti come Esther  Bick (1968) e successivamente Meltzer ed altri (1975): se falliscono i movimenti di proiezione e introiezione, il bambino o il paziente non potrà che fare ricorso a quella particolare modalità di rapporto rappresentata dall’identificazione adesiva.

Citiamo R.H. Etchegoyen (1990) a proposito dell’identificazione adesiva. “La migliore risorsa, davanti all’angoscia di separazione, sembra essere l’identificazione proiettiva, perché, se ci si può mettere in un oggetto, non c’è angoscia di separazione che tenga. Tuttavia, nelle prime fasi dello sviluppo – e ancora nella vita adulta, se il soggetto è molto disturbato – quando non si è ancora configurato lo spazio tridimensionale –  l’unica risorsa di fronte all’angoscia di separazione consiste nel prendere contatto mediante l’identificazione adesiva”. L’identificazione adesiva è tranquillizzante, ma non appagante, perché a farne le spese è la vitalità dell’oggetto e contemporaneamente il sentimento della propria identità.

Il bambino, in preda ad angosce catastrofiche per l’insufficiente contenimento materno, cercherà di difendersi dalle ansie di dissoluzione, liquefazione, crollo infinito, aderendo superficialmente all’oggetto, appiccicandosi ad esso, senza alcuna possibilità di concepire né lo spazio né il tempo, e tanto meno la distinzione tra l’esterno e l’interno.

Se, dunque, è mancata al bambino l’esperienza di un luogo di accoglimento nella mente della madre, egli non potrà sviluppare uno spazio interno dove le emozioni prendano spessore sufficiente per venire elaborate in pensieri. Il bambino resterà aggrappato all’oggetto, come un francobollo alla busta, e la separazione sarà vissuta come una lacerazione di superfici confuse (Meltzer, 1975).

 

Se Rosenfeld tratta dell’utilizzo dell’identificazione proiettiva, rilevante e massiccio, nei pazienti psicotici, altri autori, come Otto Kernberg, Betty Joseph, Anne Alvarez, Donald Meltzer, prendono in considerazione il meccanismo anche nel paziente borderline

 

Otto Kernberg

Kernberg (trad. it. 1988) afferma che l’identificazione proiettiva differisce dalla proiezione, che è un meccanismo di difesa più maturo, di conseguenza non si ha empatia con ciò che è proiettato, né la possibilità di induzione nell’oggetto di un’esperienza intrapsichica corrispondente. La proiezione si incontra, tipicamente, nel repertorio difensivo dei pazienti con un’organizzazione nevrotica della personalità. I pazienti con organizzazione borderline della personalità possono usare sia la proiezione che l’identificazione proiettiva (prevalente). I pazienti con organizzazione psicotica della personalità presentano l’identificazione proiettiva come difesa principale. La proiezione e l’identificazione proiettiva possono dunque essere presenti nello stesso paziente; la proiezione è tipica di un livello di funzionamento più elevato, mentre l’identificazione proiettiva è tipica delle organizzazioni borderline e psicotiche della personalità (Kernberg, trad. it. 1988).

Kernberg ipotizza una linea evolutiva dall’identificazione proiettiva, basata su una struttura dell’Io centrata sulla scissione come sua difesa essenziale, alla proiezione, basata su una struttura dell’Io centrata sulla rimozione come difesa centrale. L’autore, inoltre, afferma che l’identificazione proiettiva non è necessariamente un meccanismo psicotico.

In soggetti le cui relazioni oggettuali sono psicotiche, può rappresentare l’ultimo tentativo di differenziare il Sé dall’oggetto, evitando una completa perdita del Sé nella psicosi. Nei pazienti borderline l’identificazione proiettiva ha funzioni diverse. Se essa tende ad attenuare la differenziazione tra il Sé e gli oggetti esterni, producendo uno “scambio di carattere”, ne risulta una ridotta capacità di effettuare l’esame di realtà. Il paziente comunque mantiene un certo confine tra gli aspetti proiettati e l’esperienza del Sé, cioè tra la rappresentazione del Sé e quella dell’oggetto. Nelle nevrosi ha un ruolo secondario, a parte i casi in cui il paziente attraversa una grave regressione (Kernberg, trad. it. 1988).

Betty Joseph 

Betty Joseph (1987) sottolinea il potere onnipotente dei meccanismi e delle fantasie caratteristici della posizione schizo-paranoide del neonato, preoccupato di tenere a bada le sue angosce e i suoi impulsi. In alcuni soggetti disturbati essi possono continuare in modo preponderante per tutta la vita.

Talvolta, l’identificazione proiettiva viene usata così massicciamente da provocare l’impressione che il paziente, con la fantasia, stia proiettando il proprio Sé dentro l’oggetto e si senta intrappolato e claustrofobico (Meltzer, 1992). Si tratta di un modo potente ed efficace per liberare l’individuo dal contatto con la propria mente; a volte questa può essere così indebolita e frammentata dai processi di scissione o così svuotata dall’identificazione proiettiva, che l’individuo appare vuoto.

 

Betty Joseph (1987) propone l’esempio di una bambina di 4 anni, “profondamente disturbata e trascurata”, che ricorre all’ identificazione proiettiva massiccia per liberarsi da un’intera area di esperienza, mantenendo così un qualche equilibrio mentale. Alcuni minuti prima della fine di una seduta, la bambina disse che voleva costruire una candela; l’analista interpretò il suo desiderio di portare via con sé il calore della terapeuta, e il timore di non avere abbastanza tempo. La bambina iniziò a gridare, dicendo che voleva delle candele di riserva, e cominciò a guardare fuori dalla finestra con espressione vuota e persa. L’analista interpretò che la bambina voleva farle capire quanto fosse terribile concludere la seduta, e il suo desiderio di portarsi a casa un po’ di calore delle sue parole. “Basta, togliti i vestiti e fila via!” gridò la bambina. L’analista interpretò nuovamente i sentimenti legati all’essere abbandonata e mandata fuori al freddo. La bambina rispose: “Smettila di parlare, togliti i vestiti. Tu hai freddo, io non ho freddo”.

Queste parole esprimevano il significato concreto della separazione del weekend per la bambina: il freddo terribile. Era questo che la bambina cercava di spingere dentro l’analista e che sentiva di avere concretamente realizzato: “Tu hai freddo, io non ho freddo”. I momenti in cui la bambina appariva assente e persa erano frequenti, e indicavano la sua perdita di contatto con la realtà, il vuoto, l’assenza della mente, quando l’identificazione proiettiva operava in maniera massiccia. Il suo urlare era una forma di svuotamento, con cui l’intera esperienza della perdita e le emozioni connesse venivano eliminate. L’equilibrio della bambina si manteneva soprattutto proiettando parti di sé all’esterno.

 

L’identificazione proiettiva massiccia è un aspetto dell’equilibrio narcisistico onnipotente del bambino molto piccolo o dell’individuo disturbato. Il tentativo dell’analista di interpretarla, per individuare e restituire al paziente parti mancanti del Sé, viene spesso inizialmente respinto, in quanto visto come una minaccia all’equilibrio globale, che porterebbe ad ulteriori disturbi (Joseph, 1987).

 

B. Joseph descrive la terapia con un giovane insegnante che iniziò l’analisi perché aveva difficoltà nei rapporti sociali, in realtà sperando di cambiare professione e diventare analista. Nel materiale prodotto in seduta descriveva il suo lavoro per aiutare gli allievi, gli apprezzamenti che riceveva sul suo lavoro, ed emergeva il fatto che i colleghi si sentissero minacciati o sminuiti dalle sue maggiori capacità di intuizione e comprensione. L’uomo era preoccupato che i colleghi provassero sentimenti poco amichevoli nei suoi confronti (senza nessuna critica sul fatto che il suo atteggiamento potesse realmente allontanare gli altri). L’analista mostrò l’esistenza di simili idee anche nei suoi confronti, quando ad es. non lo incoraggiava a lasciare la professione per  intraprendere la formazione analitica. Il paziente aveva la sensazione che l’analista si sentisse minacciata da questo giovane così intelligente che emergeva e che non lo volesse nel suo campo professionale.

Il paziente sembrava idealizzare la figura della terapeuta, ritenuta un’analista molto capace, ma non riusciva ad accogliere in maniera significativa le interpretazioni, che venivano solo in parte ascoltate, e re-interpretate inconsciamente sulla base di proprie conoscenze psicoanalitiche, e comunicate a se stesso con un significato leggermente modificato e generalizzato. Se le interpretazioni analitiche erano date con maggior fermezza, egli rispondeva in modo rapido e polemico, “come se vi fosse una piccola esplosione che sembrava destinata non soltanto ad espellere dalla sua mente ciò che avrei potuto dire, ma a entrare nella mia e frantumare il mio pensiero”.

La Joseph fornisce una spiegazione delle differenti forme di identificazione proiettiva presenti in questo paziente e volte al mantenimento del suo equilibrio narcisistico onnipotente. In primo luogo c’è la scissione degli oggetti: l’analista viene adulata e idealizzata, mentre l’aspetto inutile o cattivo di lei viene scisso. Il paziente proietta una parte di sé dentro la mente dell’analista e prende il suo posto: “sa che cosa sto per dire e lo dice lui stesso”. Una parte del sé si identifica con un aspetto idealizzato dell’analista. La parte-analista del paziente dà interpretazioni alla parte-paziente idealizzata.

Il rapporto reale tra paziente e analista è completamente annullato: non c’è un rapporto creativo di scambio, fondato sul dare e ricevere; se questo si verifica, il paziente reagisce con un’esplosione verbale con cui cerca inconsciamente di entrare nella mente dell’analista e distruggere il suo pensiero. Attraverso l’utilizzo della identificazione proiettiva in maniera onnipotente, il paziente evita qualsiasi sentimento di dipendenza, gelosia, invidia.

Una volta che il paziente è entrato con la fantasia nella mente dell’analista, si è appropriato delle sue interpretazioni e del suo ruolo, l’analista si trasforma in una spettatrice; ella si rende conto di quanto le interpretazioni siano ora accresciute, arricchite, migliorate, e dovrebbe sentirsi minacciata da questo giovane. Così l’identificazione proiettiva agisce in due modi differenti ma in armonia fra loro: l’invasione della mente dell’analista e l’appropriazione dei suoi contenuti, e la proiezione dentro l’analista della parte del sé dipendente, minacciata e invidiosa!

 

Man mano che l’individuo si sviluppa, nel corso dello sviluppo normale o attraverso la terapia psicoanalitica, i fenomeni di identificazione proiettiva diminuiscono e il neonato, o il paziente, diventa maggiormente capace di tollerare la propria ambivalenza, l’amore, l’odio e la dipendenza dagli oggetti; in altre parole si sposta verso quella che Melanie Klein chiama posizione depressiva (Joseph, 1987).

Una volta che il bambino (o il paziente in terapia analitica) è più integrato ed è in grado di riconoscere i propri impulsi e sentimenti, come appartenenti a se stesso, si ha una diminuzione della spinta a proiettare, accompagnata da una crescente sollecitudine per l’oggetto.

Nelle sue forme più precoci, infatti, l’identificazione proiettiva non conosce alcuna preoccupazione per l’oggetto, anzi è spesso una antipreoccupazione, diretta a dominare l’oggetto, senza alcun riguardo per le possibili conseguenze che ne potrebbero derivare.

Man mano che l’individuo si sposta verso la posizione depressiva, l’identificazione proiettiva, pur non venendo mai completamente abbandonata, non comporta più la completa scissione e il disconoscimento di parti del Sé, ma è meno assoluta, più temporanea e più facilmente riportabile all’interno della personalità dell’individuo, diventando così la base dell’empatia (B. Joseph, 1987).

 

 

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Rosenfeld H. (1964) Trad. it. Sulla psicopatologia del narcisismo: un approccio clinico. In: Stati psicotici: un approccio psicoanalitico. Armando. Roma, 1973.

Sandler B. (a cura di) Trad. it. Proiezione, Identificazione, Identificazione proiettiva. Boringhieri. Torino, 1988.

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Williams Polacco, G. (1997) Trad. it. Paesaggi interni e corpi estranei. Disordini alimentari e altre patologie. Bruno Mondadori. Milano, 1999.

 

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